La storia di Rut, tra integrazione e accoglienza

Dedicata alla vedova moabita “adottata” dal popolo di Israele la Giornata 2017 del dialogo ebraico cristiano, con Jacov Di Segni e Luigi Prato

Dedicata alla vedova moabita “adottata” da Israele la Giornata 2017 del dialogo ebraico cristiano, con Jacov Di Segni e Luigi Prato. Al centro, la benevolenza dell’amore

Dopo il percorso decennale passato insieme ad approfondire le parole del Decalogo, il nuovo itinerario delle Giornate di approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei si concentreranno sui testi delle Meghillot a partire – martedì 17 gennaio, alla Lateranense, si è svolto il primo incontro – dal libro di Rut. La vedova moabita che ha scelto di abbandonare il proprio paese per non lasciare sola la suocera, anche lei rimasta senza marito, arriverà in Israele dove verrà accolta con chésed, «l’atto di bontà – chiarisce il giovane rav Jacov Di Segni, direttore dell’Ufficio rabbinico di Roma che ha sostituito Riccardo Di Segni infortunatosi a poche ore dall’incontro -. Il tema chiave del libro è quello della “benevolenza”, dell’amore che permette a Rut non solo di integrarsi nel popolo d’Israele ma anche di passare alla storia biblica come “donna forte” e principio di stirpe regale».

Rut non solo viene accolta. In quella terra straniera si sposerà; verrà ricordata come bisnonna del re David. «Rut gode della benevolenza del popolo d’Israele – aggiunge Gian Luigi Prato, docente all’Università Roma Tre -. Da questa chésed parte la possibilità di integrare il “diverso”, soprattutto da parte di un popolo che ha vissuto la condizione dello straniero, sfruttato, in terra d’Egitto». Una storia che ci racconta «più di tante altre – sottolinea Prato – quanto la dialettica tra identità e integrazione sia fondamentale per capire i processi che coinvolgono la società di oggi». Rut ha la consapevolezza di essere una straniera; porta con sé la storia del suo popolo. «È possibile accogliere pienamente gli altri riconoscendo la loro cultura, le loro origini. Le nostre istituzioni – si augura Prato – si devono adattare alle circostanze di un mondo espanso, mettendo da parte la paura del “diverso”, in modo tale che lo straniero conservi la propria identità, sentendosi pienamente integrato».

Il chèsed prosegue nel testo, come accennato, caratterizzando l’incontro tra Rut e il futuro marito Bòaz. L’uomo le permette di raccogliere il grano nel suo campo nonostante lei sia straniera. Non solo, ordina ai suoi dipendenti di lasciarla raccogliere anche fra i covoni «pur non rientrando questo nelle “mitzvà del leket” (spigolatura) a cui hanno diritto i poveri. Ma l’atto di misericordia più grande – aggiunge il rav Di Segni – Bòaz lo compie sposando Rut e dando alla suocera israelita una discendenza». Il chèsed «è l’atto di bontà compiuto nei confronti di chi non è degno; rimanda al rapporto che ha Dio con gli uomini». Anche Prato sottolinea questo aspetto, riflettendo sull’importanza di un’integrazione che nella prima meghillot è «sia sociale che religiosa». Rut si converte al Dio d’Israele, si converte alla nuova patria, lo fa per amore filiale nei confronti della suocera.

«Ma è possibile – continua Prato – l’integrazione sociale senza quella religiosa? Il testo di Rut non separa questi due aspetti ma oggi il problema si pone, a maggior ragione in una società laica come la nostra». La storia di Rut «parla a noi romani, ai cittadini di questo Paese e d’Europa – conclude il rav Di Segni -. L’accoglienza dello straniero si traduce in integrazione quando diamo chésed e dignità all’uomo, permettendogli di lavorare e di entrare a far parte della nostra società. Il dialogo deve iniziare dall’accoglienza, rinunciando al proselitismo, accettando culture e tradizioni diverse, alla ricerca di quell’incontro che ci parlerà di noi stessi».

18 gennaio 2017