La vocazione, «esperienza dell’amore di Dio»

La veglia di preghiera alla vigilia delle ordinazioni presbiterali. Don Rosini: «La nostra debolezza è la porta di ingresso del Signore nella nostra vita»

Nella basilica lateranense la veglia di preghiera alla vigilia delle ordinazioni presbiterali. Don Rosini: «La nostra debolezza è la porta di ingresso di Dio nella nostra vita»

Due seminaristi e una consacrata. Tre storie diverse, tre “sì” radicati sulla fiducia, a qualsiasi costo e nonostante tutto. Protagonista: Dio, che chiama, e conduce verso la pienezza. Storie raccontate venerdì 24 aprile nella basilica di San Giovanni in Laterano, nel corso della veglia di preghiera organizzata dal Servizio diocesano per le vocazioni, che ha preceduto le ordinazioni sacerdotali di ieri, domenica 26. Un’occasione, ha spiegato il cardinale Agostino Vallini, che guidava la preghiera, per «chiedere lo Spirito Santo per questi fratelli che ingrosseranno le fila di quelli che hanno detto di “sì” a Gesù per la salvezza del mondo» e «ringraziare per il dono ricevuto: per i seminaristi e i tanti consacrati che guardano al Signore come al senso ultimo della loro vita».

La prima tappa della relazione tra Dio e Michael Junsoo Byeon – 32 anni originario di Ulsan, nella Corea del Sud – ha luogo quando il seminarista ha 13 anni e il padre abbandona la famiglia a causa dei debiti insolvibili contratti dalla sua azienda. «Non potevo perdonarlo. Poi mi sono avvicinato a Dio e ho capito che Lui mi ama così come sono». Con l’amore di Dio nel cuore Michael sente di poter perdonare suo padre: la riconciliazione avviene tramite una lettera. «Sono arrivato a Roma nel 2005 – ha proseguito Michael – e in questi dieci anni di formazione nel seminario il Signore mi ha fatto diventare un uomo». Poi arriva una strana forma di meningite. Michael smarrisce il senso della sua storia, ma è solo una seconda tappa della sua nuova amicizia con Dio. «All’inizio mi sono ribellato a Dio, non capivo perché mi aveva portato a Roma per farmi ammalare. Dio mi ha fatto capire che tutto dipende da Lui, in un colpo posso morire. E con questa considerazione mi sorgeva una grande gratitudine. La Corea del Sud ha il primato nei suicidi nel mondo, a causa della mancanza del senso della vita. Io sono stato fortunato a ricevere questo messaggio e ora so che devo ridonarlo agli altri».

Per altri il percorso è più tortuoso: si deve tornare sui propri passi, scucire e riannodare d’accapo la trama della propria vita. Come è accaduto a suor Emanuela Edwards, originaria di Manchester, della comunità delle Missionarie della Divina Rivelazione, che ha professato i voti perpetui lo scorso 12 aprile. «Avevo 14 anni quando ho sentito la chiamata di Cristo. A 18 anni ho sentito di nuovo la chiamata del Signore. Ma ho cominciato a lavorare, perché volevo farmi una famiglia. Ho cominciato a fare catechismo in parrocchia, a Manchester. Ma non mi sentivo realizzata. Sentivo che dovevo fare qualcosa di vero nella mia vita. Sono diventata dirigente, avevo tutto, ma mi mancava “qualcosa”. Solo in parrocchia durante le mie catechesi stavo in pace. Il Signore mi chiedeva qualcosa da compiere ma non sapevo come». Poi il viaggio a Roma. «Ho chiesto alla Madonna di aiutarmi a dare un senso alla mia vita. Ho iniziato a venire spesso a Roma. Poi al momento della decisione la paura cresceva. Non sapevo come lasciare l’azienda dove lavoravo. Volevo la sicurezza matematica che questo progetto fosse davvero quello che Dio voleva da me. Poi ho capito che dovevo solo avere fiducia in Dio e fare il salto della fede. Ma come? Ho deciso che la Madonna doveva essere il mio paracadute. Ora so che i nostri progetti sono davvero poca cosa rispetto a quello che Dio ha pensato per noi».

Anche Paolo D’Argenio, 33 anni, romano, cresciuto nella parrocchia San Gregorio Magno alla Magliana, ha dovuto “tornare sui suoi passi”. «Volevo farmi una famiglia, ma in un ritiro ho cominciato ad aprire le porte a Dio. Il Signore smontava tutte le mie scuse per non farmi prete. Ho cominciato a sentire una certa serenità. Il Signore si è mostrato sempre fedele e mi ha sempre accompagnato». Arriva perfino un posto di lavoro. «Nel frattempo avevo trovato un’occupazione con un contratto a tempo indeterminato, ma lasciarlo non mi sembrava una pazzia perché ormai ero convinto che Dio voleva la mia felicità. Così è maturata l’idea di entrare in seminario e mi sono messo nelle mani di Dio e nella Chiesa».

Tre storie diverse, che in comune hanno però la «fiducia nella propria bellezza», come ha sottolineato in una catechesi don Fabio Rosini, direttore del Servizio diocesano per le vocazioni. «Non ci si deve rassegnare alla mediocrità. La nostra verità è che siamo fatti per cose belle e meravigliose, ma non ci sentiamo all’altezza. Nessuno è all’altezza». Ci viene in soccorso la misericordia di Dio. «Ognuno è piccolo, fragile e vulnerabile. La chiamata non parte da un’autoanalisi ma dal guardare il volto di Dio. Siamo chiamati a vivere della misericordia di Dio. Proprio questa generazione tremebonda può fare cose bellissime. Possono lasciare entrare Dio senza opposizioni. Per essere santi abbiamo bisogno della santità di Dio». È allora che le debolezze diventano “pietre angolari”. «Dio ama la nostra parte non vincente. Quella è la porta di ingresso di Dio nella nostra vita. È la pecora perduta che Dio va cercando. La nostra forza è l’amore di Dio non le nostre qualità. Ricevere una vocazione – ha concluso don Rosini – è fare esperienza di questo amore di Dio».

27 aprile 2015