Laferriére, due diari sul ritorno dello scrittore

Note nelle quali l’autore si specchia nella realtà della sua giovinezza, ritrovando gli amici e soprattutto la madre e la zia, figure per lui decisive

Note nelle quali l’autore si specchia nella realtà della sua giovinezza, ritrovando gli amici e soprattutto la madre e la zia, figure per lui decisive

Molti pensano che l’interesse suscitato in Europa dalle nuove letterature post coloniali dipenda dai temi esotici che queste rappresentano. Ma, a parte il fatto che la globalizzazione ci spinge ad essere sempre più uguali, bisogna ammettere che in letteratura il contenuto, da solo, vale quanto il due di coppe nel gioco della briscola: zero punti. Prendiamo il caso di Dany Laferriére, nato nel 1953 a Port-au-Prince, costretto ad espatriare a Montreal, dopo che la dittatura dei Duvalier lo aveva minacciato di morte, come del resto era già accaduto nei confronti del padre.

Si tratta di uno scrittore molto più sofisticato di quel che potrebbe sembrare a prima vista. Il suo mondo è Haiti: repubblica caraibica dall’identità talmente spiccata da segnare perfino il viaggiatore estemporaneo, figuriamoci chi vi si è formato. Terra di ex schiavi africani i quali, dopo guerre sanguinose, a costo di immani sacrifici, nel 1804 ottennero, lottando contro l’esercito napoleonico, una precoce indipendenza che tuttavia non li preservò da violenze e angherie. I vecchi capi se ne andarono presto lasciando nell’isola, come un marchio indelebile, la loro cultura.

Nell’opera di Dany Laferriére quel che davvero risulta importante è il modo in cui egli pratica la tradizione letteraria degli ex colonizzatori. Prendiamo i suoi due più recenti libri tradotti in italiano: Paese senza cappello (Nottetempo, pp. 265, 16,50 euro) e Tutto si muove intorno a me (66thand2nd, pp. 133, 16 euro). Il tema è lo stesso: il ritorno a casa dello scrittore. Nel primo testo dopo vent’anni di esilio. Nel secondo quando ci fu il terribile terremoto che nel 2010 sconvolse il Paese causando centinaia di migliaia di vittime.

Entrambi sono diari, composti in brevi capitoli contrassegnati da titoli. L’autore si specchia nella realtà della sua giovinezza, ritrovando gli amici e soprattutto la madre e la zia, figure per lui decisive. Chi ha rimodellato questa classica forma espressiva – che si può far risalire a Sant’Agostino – se non i francesi? Da Rousseau a Chateaubriand fino a Gide, per citare soltanto alcuni snodi più clamorosi, la letteratura moderna ha spesso messo al centro della narrazione lo scrittore stesso, configurando il suo sguardo come una torretta d’osservazione privilegiata.

È proprio quello che Dany Laferriére contesta, non teoricamente, ma sul campo delle operazioni. I suoi frammenti quotidiani (dalle pratiche vudù alla persistente vitalità di un popolo sofferente) non sarebbero così incisivi se fossero il frutto della semplice riflessione o il mero resoconto del cronista. Chi scrive mostra di non sapere più di chi legge: è uno fra i tanti, con le sue debolezze, la sua voglia di continuare a vivere in mezzo ai drammi della propria gente. In questo scarto percettivo Laferriére risponde con forza lirica agli antichi dominatori. E chissà che, nel momento in cui, un paio di anni fa, è stato nominato Accademico di Francia, un brivido non sia passato sulla sua pelle.

 

26 ottobre 2015