Lavoro e formazione dei giovani, le vere priorità per la società

Una questione che dovrebbe stare in cima alla lista delle urgenze non solo del nuovo governo e della scuola ma di ognuno di noi. In gioco il futuro del Paese

Nel film di Daniele Lucchetti “La scuola”, vecchio oramai di trent’anni (1995) ma che tutti i docenti hanno almeno una volta visto, la professoressa Serino a un certo punto dice una battuta diventata celebre nella sua sostanza: «Ci hai fatto caso, Vivaldi? A noi professori capita una cosa spaventosa: i nostri ragazzi non invecchiano mai, vengono qui giovani e se ne vanno che sono ancora giovani. E noi? Noi invecchiamo al posto loro».

L’altro giorno, in una di quelle ultime ore particolari dell’anno, quelle in cui finito il programma, finite le interrogazioni, capita di scambiare qualche parola con gli studenti, ho ripensato alla battuta della professoressa Serino in modo diverso. La domanda era la solita, canonica, quasi d’ufficio, da me rivolta ai due che si erano seduti vicino alla cattedra: «Allora, avete deciso poi quale facoltà? Tu Ingegneria? E tu?». Il primo studente, una media buona per l’intero quinquennio, ottime possibilità di uscire con un voto alto, mi dice che no, non si iscriverà all’università. «Ma perché?» gli chiedo. So già della ditta del padre, so della sua voglia di lavorarci, eppure mi sembra un peccato che non approfitti delle sue capacità, del resto gli studi universitari posticiperebbero giusto di qualche anno l’impiego. Lui mi risponde che sì, sono valutazioni che ha fatto, che i suoi l’hanno incitato a proseguire, che un po’ soffrono per la sua scelta, ma che lui non ha proprio più voglia di andare avanti. Mi dice anche che l’università gli sembrerebbe una perdita di tempo: «In quanti perdono anni e soldi all’università prof», per qualcosa che comunque potrebbero fare semplicemente con il diploma. Insomma, capisce il mio punto di vista ma si sente confermato nel suo.

Il secondo studente, stesso andamento del primo, mi dice invece che sì, si iscriverà all’università e non potrebbe fare altrimenti, ma solo perché lui non ha una ditta come quella del suo compagno. Mi dice però che realisticamente non è che si aspetti molto, si vede già disoccupato dopo cinque anni di studio e alla ricerca di un lavoro che non sarà quello per cui avrà studiato, nel caso, «miracoloso» sottolinea, lo trovasse.

Io ripenso alla professoressa Serino. Alla sua battuta, a questi ragazzi che ho visto entrare nelle mie classi all’inizio del triennio e che ora sto per salutare. Sono rimasti giovani e io sono invecchiato, come dice la Serino? No. Li sento invece adulti, con la tentazione di sentirli anche loro invecchiati, disillusi, amareggiati, con quel senso un po’ teatrale di essere stati fregati dalla vita che noi a una certa età facciamo nostro ma che loro no, non dovrebbero nemmeno sfiorare all’età di diciotto-diciannove anni. Oppure sono semplicemente diventati realisti difronte alla pochezza che la nostra società ha saputo indicare loro per orientare il proprio futuro?

Ripenso agli anni della mia maturità, ai sogni di molti di noi, alla convinzione che ci saremmo comunque apparecchiati una vita che in fondo ci sarebbe piaciuta. Penso alle responsabilità della politica, a quella del nuovo governo, dell’opinione pubblica, delle mille narrazioni che riempiono le nostre giornate ma che poi dimenticano sistematicamente le questioni che determineranno il futuro stesso della nostra società. Di queste, quella del lavoro e della formazione dei giovani, del sostegno alla loro possibilità di un futuro degno, da desiderare e per cui lottare, e non solo da percepire come orizzonte di mera sopravvivenza, credo sia una delle più importanti. Una questione che dovrebbe stare in cima alla lista delle urgenze non solo del nuovo governo, non solo della scuola, ma di ognuno di noi. A tra quindici giorni.

6 giugno 2018