Cogliere la bellezza nei mille sguardi del mondo

È l’invito che arriva dalle Benedettine del monastero di Sant’Antonio Abate: 20 suore, da 4 continenti

«Deporre le armi. Fare le cose insieme e non vedere il tramonto con il cuore pieno d’ira per qualcuno. La felicità è semplice, leggera», racconta Maria Michela Porcellato, abbadessa del monastero di Sant’Antonio Abate delle monache Benedettine camaldolesi, sul colle Aventino a Roma. Un luogo dove si incontrano tante differenze. Ci sono monache provenienti da 4 continenti, di 8 nazionalità. Circa 20 suore: la più giovane ha 29 anni, la più grande 101. Alcune sono a Roma solo per pochi anni di studi teologici o di formazione, per poi tornare a sostenere comunità all’estero (India, Tanzania, Brasile). Un dialogo interreligioso che connette Oriente e Occidente. «L’Occidente potrebbe trovare nella civiltà dell’Oriente rimedi per le malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo. E l’Oriente prendere dall’Occidente elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale», dice la madre.

Importante anche il dialogo tra credenti: «Incontrarsi nei valori spirituali, umani e sociali comuni, diffondere le virtù morali sollecitate dalle religioni». Molto forte, dunque, la spinta missionaria. «Ci siamo rifatti alla radice antica della tradizione benedettino-camaldolese, a un ascolto vitale e profondo dei popoli. La vita monastica da sempre è stata missionaria già con il semplice suo esserci . È questo infatti ad attirare uomini e donne, di tutti i tempi e luoghi». Il monastero è un luogo di incontro e ristoro per i poveri che trovano pane ma anche per chi vive situazioni di dolore. «Soprattutto persone tra i 30 e i 40 anni, depresse, che non godono della vita. Hanno ferite profonde, sono arrabbiate, senza speranza e gioia. Con loro iniziamo un cammino spirituale e di ascolto. E poi ci affidiamo alla preghiera. Il Signore tocca e guarisce, libera dalle ferite».

Chi bussa alla porta del monastero chiede di «incontrare persone autentiche, benevole, che sappiano ascoltare nel profondo. La testimonianza di cuore e mani che si allargano. Tante ferite sono causate da violenza, incapacità di ascoltare e ascoltarsi. Viviamo, inoltre, nella paura e nella tentazione costante di difendersi dagli altri e dall’Altro, con un costante desiderio di accaparrarsi sicurezze e beni» Ma non solo. «La ricerca dell’apparenza, della visibilità, del tutto esposto distrugge l’intimità, la capacità di relazioni genuine, vere, belle». Cosa dà gioia? «Il perdono. Se ogni giorno non nasciamo nel perdono reciproco la nostra preghiera sarebbe falsa. Dobbiamo sempre riconciliarci col fratello. La comunità monastica vive questo ogni giorno. È facile non capirsi. E sono tanti i modi per chiedere perdono, basta un sorriso, una porta aperta. Ed è questo che rende la vita bella», continua suor Porcellato. Quindi dialogo benedicente. «Esperienze vissute anche da padre Paolo Dall’Oglio in Siria nel monastero di Mar Musa. Nell’incontro nasce sempre qualcosa di profondo». Anche se l’altro ha un atteggiamento di chiusura? «Capita spesso di incontrare persone che guardano noi monache con ostilità. Allora bisogna riscoprire la modalità dell’incontro. Ogni persona è un mistero. Se sono indifferente non ne colgo l’essenza. Solo nell’incontro possiamo umanizzarci di più».

Come capire quando Dio chiama? «Quando, nonostante resistenze e paure, si intuisce che le strade si aprono, che malgrado le incognite c’è più vita “in avanti” che indietro. Soprattutto quando l’ascolto della Parola di Dio, quella che si esprime nella Scrittura e quella che ci arriva attraverso la vita, gli incontri, la storia concreta, ci apre il cuore e mostra la strada». L’aria diventa leggera grazie alla preghiera, «il respiro della vita». Ma a cosa serve? «Serve la vita? O il respiro? La preghiera non è domanda, richiesta, ma è ri-conoscimento, è lode, adorazione, un appello al Tu che mi fa esistere e che mi mantiene nell’esistenza. Non il Signore ha bisogno della nostra preghiera ma l’uomo». Ed è così che scopriamo «l’umanità che è in noi, nella pochezza che ci si rivela sempre meglio. Scriveva la nostra suor Nazarena Crotta, reclusa nel nostro monastero dal 1945 al 1990: “Non devi stupirti se ti scopri sempre più difettosa!”».

Una nuova umanità passa nel saper cogliere la bellezza nei mille sguardi del mondo. «Nella salvaguardia più gelosa possibile delle diversità, della miriade di colori diversi con cui il Signore ha dipinto il mondo, le culture, la vita della natura, le singole persone: senza questo arcobaleno, è a rischio la vita umana stessa. Nelle diocesi dove siamo state invitate, sia in India, Tanzania e Brasile, il metodo è stato sempre quello di partire dalla condivisione semplice del vivere, in un atteggiamento piuttosto di ascolto e accoglienza delle culture locali, dei particolari stili di vita, tradizioni e abitudini. Bisogna entrare nella vita della gente, studiarne i gesti, i riti, il canto e la danza e attraverso questo portare il Vangelo. Questo ci ha permesso di entrare nel carattere religioso della cultura dell’India, ad esempio, che è innanzitutto interiorità, armonia con la natura, semplicità», conclude l’abbadessa.

12 giugno 2019