Le Caritas del Mediterraneo in Turchia per parlare di migranti

È l’edizione 2019 di Migramed, fino al 4 ottobre. Il nunzio Russel: «L’accordo con l’Ue funziona poco». Il vicario Bizzeti: «Permettere alle minoranze di esprimersi»

Sono 4 milioni i migranti e i rifugiati accolti negli ultimi anni la Turchia, tra i quali 3.370.000 siriani. L’accordo del 2016 tra Ue e Turchia «messo in discussione in questi giorni, ha però funzionato poco, e il principale ostacolo è la lentezza della burocrazia greca: solo 12.489 rifugiati siriani sono stati reinsediati in Europa (4.313 in Germania, 3.608 in Olanda, 1.401 in Francia e 1.200 in Francia) mentre da un mese gli sbarchi in Grecia sono aumentati del 17%. Solo 1.446 siriani sono Stati riportati in Turchia nel biennio 2016-2018. Sui 6 miliardi di euro promessi dall’Ue la Turchia ne ha ricevuto solo la metà, mentre ha speso per rifugiati e migranti 40 miliardi di dollari in 8 anni». È quanto ha affermato monsignor Paul Russel, nunzio apostolico in Turchia, intervenuto ieri, mercoledì 02 ottobre, a Istanbul per l’apertura del Migramed 2019, l’incontro annuale promosso da Caritas italiana con i rappresentanti delle Caritas diocesane e delle Caritas del Mediterraneo. Al meeting, che durerà fino a domani,partecipano oltre 100 persone.

Il nunzio ha precisato che il governo turco, pur essendo laico,  «controlla la religione in ogni sua manifestazione», anche i sermoni del venerdì e la costruzione delle moschee, oggi 80.000 edifici a fronte di 70 milioni di abitanti. Sul fronte dell’accoglienza monsignor Russel ha ricordato una prima esperienza di corridoio umanitario dalla Turchia: lo scorso anno 4 famiglie siriane cristiane sono state accolte dalle diocesi di Bari, Altamura, Bergamo e Como. «Pensare però che un siriano, soprattutto se cristiano, possa sentirsi a casa in Turchia è utopistico – ha aggiunto -. Pensiamo alle scuole, dove c’è una pressione molto forte degli insegnanti sui ragazzi cristiani siriani. Per questo molti rinunciano all’istruzione».

A tal proposito da monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico d’Anatolia e presidente di Caritas Turchia, è arrivato l’invito a «fare attenzione perché se si chiudono i luoghi che costruiscono identità si crea un potenziale esplosivo, soprattutto tra i giovani. Se teniamo alla sicurezza dobbiamo permettere alle minoranze di esprimersi». Tra i circa 4 milioni di rifugiati in maggioranza siriani – ma anche afgani, iracheni, iraniani, pakistani e africani sub-sahariani -, accolti dalla Turchia molti sono cristiani e si rivolgono alla piccola Chiesa locale (i cristiani sono l’1% dei 70 milioni di abitanti) per cercare aiuto e assistenza spirituale.

Per Bizzetti si tratta di persone che «vivono un doppio dramma. Da un lato sono stati costretti ad abbandonare la propria terra e i propri cari per la guerra o le persecuzioni subite; dall’altro hanno scoperto che l’Europa, cristiana e difensora dei diritti umani, è rigidamente chiusa nei loro confronti. Sentono che la loro identità non viene riconosciuta e accolta. Chi guarirà queste ferite?». Il presule ha raccontato che nella sua città «sono accolti 40.000 rifugiati. In nessuna città italiana accade questo. Bisogna capire prima di giudicare. Ma se non si comincia ad aprire i cuori e le menti non si potranno cambiare le leggi e le politiche migratorie».

Katharina Lumpp, dell’Unhcr Turchia (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel suo intervento ha messo in evidenza che «la Turchia è il Paese che ha accolto più rifugiati nel mondo ed è l’unico che ha risposto con una politica di porte aperte nei confronti dei siriani. Ma ora che il conflitto in Siria è concentrato a Idlib, con bombardamenti e migliaia di sfollati che si aggiungono a quelli interni, dove andranno queste persone? La Turchia non accetterà un altro elevato ingresso di siriani, oltre ai 3 milioni e mezzo già nel territorio».  Tra i rifugiati, ha aggiunto Lumpp entrando nel dettaglio «1,4 milioni sono minori sotto i 14 anni, ci sono decine di migliaia di bambini siriani nati qui e centinaia di migliaia di giovani senza lavoro e istruzione. Il 64% dei siriani in Turchia si ritrovano sotto la soglia della povertà. Nonostante questo la Turchia ha sviluppato un quadro legale per l’accoglienza, ha parzialmente aperto il mercato del lavoro ai richiedenti protezione internazionale e sta cercando di dare alternative ai campi, proponendo a siriani e iracheni di spostarsi in altre province». Al momento, ha proseguito Lumpp, non si avverte «un livello di tensione sociale tra rifugiati e popolazione locale così marcata come in altri Paesi, ma ci sono frizioni e dobbiamo affrontarle, lavorando con gli uffici governativi. Come Unhcr cerchiamo di aiutare anche i turchi in situazione di vulnerabilità e coinvolgere i comuni per creare spazi di interazione». La Turchia, ha detto infine, va supportata perché «qui la situazione è più difficile che in altri Paesi».

3 ottobre 2019