Amnesty international torna a puntare l’attenzione sulle condizioni di degrado e sui rischi per la sicurezza, soprattutto di donne e minori, riscontrati nell’hotspot di Lampedusa. «La temporanea chiusura del centro decisa dalle autorità – si legge in una nota – può rappresentare solo una prima risposta alle molteplici criticità sollevate in tempi recenti anche da organismi delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani». Come avvenuto nel maggio scorso, quando il Comitato Onu per i diritti umani «ha criticato l’Italia proprio per la detenzione prolungata oltre i termini previsti dalla legge negli hotspot, nonché per le mancate indagini in merito alle denunce di uso eccessivo della forza nel corso delle operazioni di identificazione. Critiche simili sono state espresse lo scorso dicembre anche dal Comitato Onu contro la tortura che ha chiesto che l’Italia chiarisca quale sia la base giuridica per il trattenimento negli hotspot». 

Amnesty, che ha denunciato violazioni dei diritti dei cittadini stranieri trattenuti negli hotspot nel rapporto “Hotspot Italia” del novembre 2016, continuerà a monitorare la situazione del centro di Lampedusa e degli altri hotspot presenti nel paese. In particolare, è «urgente», per l’organizzazione, che «le autorità assicurino che la permanenza negli hotspot non superi le 48 ore previste dalla legge» e che il nuovo governo assuma tra le sue priorità «un’adeguata regolamentazione giuridica degli hotspot, per scongiurare che il trattenimento in queste strutture continui a configurare una detenzione arbitraria dei cittadini stranieri in violazione degli obblighi internazionali». Misure tanto più urgenti, conclude la nota, «ora che il ministro degli Interni prevede l’apertura di tre nuovi hotspot nel corso del 2018, come annunciato il 14 marzo dalla Commissione europea nel “Progress report on the Implementation of the European Agenda on Migration”».

16 marzo 2018