L’esilio forzato nei versi di Moniza Alvi

In “Al tempo della Partizione”, della scrittrice nata a Lahore, colpisce il desiderio di ricomposizione: lo sguardo postumo e malinconico di tanti “esiliati” pakistani di oggi

Negli ultimi anni ho conosciuto diversi ragazzi pakistani impegnati ad apprendere la nostra lingua: Malick, Abel, Asifa… Attenti, coscienziosi, pieni di rispetto nei confronti degli insegnanti. C’è un silenzio nei loro volti antichi che lascia intendere sconquassi epocali di cui recano il segno, anche se cercano di nasconderlo. Leggendo Al tempo della Partizione (Fuorilinea, pp. 131, traduzione di Paola Splendore), di Moniza Alvi, nata a Lahore nel 1954 da padre pakistano e madre inglese, mi tornavano in mente proprio loro, insieme al Kim di Kipling, seduto a cavalcioni sul cannone britannico.

Composto nel 2013 e appena ristampato dalla coraggiosa casa editrice romana, questo poemetto rievoca le tragiche vicende seguite alla nascita del Pakistan, quando nell’agosto del 1947 venne tracciata una linea divisoria con l’India spingendo milioni di persone a trasferirsi da una parte all’altra del confine. I musulmani da sud a nord. Gli induisti da nord a sud. Fiumi e montagne vennero collocati secondo le bandiere che gli uomini avevano assegnato. Il risultato fu una catastrofe umanitaria con violenze inenarrabili in entrambi gli schieramenti. Moniza Alvi, cresciuta in Inghilterra, nella terra dei colonizzatori, esprime lo smarrimento delle famiglie smembrate, in particolare quella di suo padre, con la scomparsa del piccolo Athar, mai più ritrovato («In nome di Dio, dov’era finito? /Amma, possiamo andare a cercarlo? »), e l’angoscia della nonna che, dopo essere arrivata nel campo profughi («La vasta parodia di una città… Tende e rifugi rattoppati / di lamiera, stracci e bambù »), cerca di tenere tutti insieme, nella memoria sfigurata di ciò che, si capiva immediatamente, non sarebbe mai più tornato: «Ludhiana, lontana una vita. / Lahore, irraggiungibile».

Questi versi ci fanno comprendere ciò che accade nell’esilio forzato. Restano nel passato i luoghi abbandonati («villaggi ridotti all’abbaiare dei cani / appartenevano alla notte») mentre le case requisite dove i rifugiati finalmente arrivano lasciano intendere il dramma di coloro che sono stati costretti a lasciarle: «Chi aveva vissuto qui, / mangiato, dormito, partorito figli?». Non basta un Piano degli alloggi a rimettere a posto i pezzi della memoria stravolta. Colpisce nel dettato della scrittrice anglo-pakistana il desiderio di ricomposizione. Per farlo lei dispone del sistema verbale (e logico) dei conquistatori. Un cannocchiale rovesciato in grado di restituirle l’immagine assai rimpicciolita e distante. È come se la sua ispirazione nascesse già tradotta. Eppure si sente nella scrittura il sentimento del padre, lui sì, orfano del mondo distrutto. Lo sguardo postumo e malinconico che talvolta mi sorprendo a scrutinare nella solerzia di certi miei studenti pakistani quando, copiando gli esercizi sul quaderno, mostrano la voglia di superare le rovine da cui provengono.

1° dicembre 2020