Libanori: condividere la missione di Gesù

La Messa celebrata domenica 26 aprile dal vescovo ausiliare nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, trasmessa da RaiUno

L’iniziale amarezza e delusione dei due discepoli di Emmaus, che avevano riposto in Gesù la speranza per la liberazione di Israele, è simile a quella di tanti uomini di oggi. Dopo la crocifissione del Maestro fuggirono da Gerusalemme «scandalizzati», stato d’animo che si prova ogni volta «ci si sente delusi da Dio nell’attesa di una salvezza che non arriva. È la tentazione che assale chi immagina Dio come un protettore potente, pronto a intervenire nel modo in cui noi vorremmo e ci aspettiamo. È lo scandalo che l’esperienza che stiamo vivendo ci propone con una insistenza drammatica».

Così monsignor Daniele Libanori, vescovo ausiliare per il settore Centro, che ieri, 26 aprile, ha celebrato la Messa nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme trasmessa in diretta su Rai 1, ovviamente in assenza di fedeli. Il Vangelo della terza domenica di Pasqua propone l’incontro tra Gesù risorto e i due discepoli che non avevano creduto a chi aveva testimoniato di aver trovato il sepolcro vuoto e di aver visto Cristo vivo. «Queste notizie sparivano nel tumulto delle emozioni, della delusione e dello sconforto». ha aggiunto il presule affiancato sull’altare da monsignor Gino Amicarelli, parroco di Santa Croce in Gerusalemme.

I discepoli riconobbero Gesù durante la cena nel gesto dello spezzare il pane. «Il problema dei due di Emmaus, come di ogni cristiano, sta nella qualità della relazione con Cristo – ha proseguito il vescovo -. Si aspettavano da Gesù che venisse in soccorso del popolo cambiando le cose con la potenza dei prodigi». Per Libanori erano affetti da un “pregiudizio religioso” che è ben diverso dalla fede «vera e matura» di chi instaura con Lui «una comunione che comporta la condivisione della Sua vita e della Sua sorte». Alla base di questa comunione c’è l’abbandono totale alla volontà del Padre. «Questa è la fede – ha concluso Libanori -. Non si tratta di aspettarsi da Gesù che faccia qualcosa per noi ma volere essere con Lui, condividendo la sua missione e la sua sorte fino a morire con Lui per risorgere con Lui. Questa è la decisione che fa di un peccatore un amico del Signore».

La basilica fu voluta da sant’Elena, mamma dell’imperatore Costantino, per conservare le reliquie che lei trasportò a Roma dalla Terra Santa. Collocate in preziosi reliquiari, sono state poste in una teca di cristallo e sono quasi tutte legate alla Passione e alla Resurrezione di Gesù. Nella cappella delle reliquie i fedeli possono venerare i frammenti della Croce, uno dei chiodi usati nella crocefissione, due spine provenienti dalla corona di Gesù, il patibolo del buon ladrone e la falange del dito di San Tommaso. Nei secoli sono stati aggiunti frammenti della Grotta della Natività e del Santo Sepolcro.

Nella stessa teca è conservato anche il Titulus Crucis, la tavoletta di legno posta sulla croce che riporta la motivazione della condanna a morte e ritrovata nel 1492 murata all’interno dell’arco absidale. La basilica è detta “in Gerusalemme” perché, secondo la tradizione, alla base delle fondamenta fu posta terra consacrata del monte Calvario che sant’Elena fece portare a Roma assieme alle stesse reliquie della Croce.

27 aprile 2020