Lila, Lenù e la “Storia del nuovo cognome”

Partita su Rai 1 la seconda stagione de “L’amica geniale”, dai romanzi di Elena Ferrante, per la regia di Saverio Costanzo. Al centro, la condizione femminile

Le ritroviamo dove le avevamo lasciate, Lila e Lenù, con la loro amicizia, la loro diversità e la loro complessa femminilità. Con i loro caratteri e colori diversi: più chiari quelli di Lenù (Margherita Mazzucco), che avvolgono i suoi lineamenti morbidi e la sua riflessività; più bruni i colori di Lila (Gaia Girace), intonati ai suoi tratti marcati e al suo sguardo spesso accigliato, battagliero, che facilmente trattiene il sorriso. Le ritroviamo intelligenti e con la stessa inquietudine addosso. Piangevano, nel finale della prima stagione, durante il matrimonio di Lila: per quel sentirsi costantemente tradite dal loro piccolo mondo degradato, da quel quartiere Luzzatti di Napoli – loro casa e loro prigione – intriso di asprezza e violenza più o meno sottile, spalmata sulle relazioni umane insieme a una miseria (non solo economica) capace di ammantare le strade polverose e i palazzi grigi e squadrati del rione, partorendo prevaricazione e quell’angoscia di fondo aumentata dal solito, fallimentare, compito attribuito al denaro: offrire speranza e salvezza.

Le ritroviamo ora, Lila e Lenù, nella seconda stagione de L’amica geniale: la serie partita ieri sera, 10 febbraio, su Rai Uno e tratta dai successi letterari di Elena Ferrante. Quattro libri in tutto: una saga trasformata per metà – finora – in racconto televisivo da Saverio Costanzo, che dall’inizio ne è il regista anche se il quarto e il quinto episodio degli otto che compongono questa seconda stagione sono diretti da Alice Rohrwacher. Il libro da cui partono le nuove puntate si intitola “Storia del nuovo cognome” ed è il secondo capitolo della tetralogia della misteriosa Elena Ferrante. Cognome che è quello di Lila sposata, entrata in un matrimonio da subito asfissiante e infelice, già da quel viaggio di nozze ad Amalfi che apre la stagione, con un marito padrone e manesco, e Lila che dolorosamente resiste, lottando per quell’emancipazione femminile già intuita con Lenù nella prima stagione.

Erano i libri, i loro primi strumenti per fortificarsi abbastanza da rompere le sbarre invisibili del loro quartiere e di un sistema culturale che negli anni Cinquanta e Sessanta (quelli delle prime due stagioni de L’amica geniale) volevano la donna ancora in condizione di subalternità rispetto all’uomo. È il loro carattere, in quest’inizio di seconda stagione, l’ascolto del proprio intimo sentire, il motore che continua a farle muovere e riflettere sulla condizione di una donna spesso sfruttata dal maschio. Tengono acceso questo motore ascoltandosi, specchiandosi a vicenda e percorrendo insieme ognuna la propria strada: Lenù continuando a studiare, Lila battendosi contro l’idea di moglie che il marito, e più in generale quella cultura così piegata a ogni forma di potere, hanno disegnato per lei. Ribadiscono insieme la bellezza e la difficoltà di essere donna, allora come in ogni tempo e lo fanno mentre intorno a loro scorre un come eravamo italiano diverso da quello visto in tanta serialità nostrana: non c’è nostalgia qui, nemmeno allegria e ottimismo. Non c’è commedia e la vitalità delle protagoniste è resa affannata, schiacciata dalla corsa collettiva alle cose, dalla sete generale di accumulo. Le automobili, le canzoni e gli strumenti del boom economico non producono festa ma una sterile tensione, l’ossessione, semmai, di arricchirsi prima di tutto per sovrastare gli altri, per comandarli.

Hanno lo sguardo altrove Lila e Lenù, e vedremo cosa accadrà alla loro amicizia non banalizzata, non addolcita da sentimentalismi e anzi soggetta al maltempo della vita, a incrinarsi e riprendere a respirare. Vedremo che ne sarà, con l’avanzare degli anni Sessanta, di questo rapporto reso credibile dalla penna solida di Elena Ferrante, dalle sfumature delle sue pagine mantenute vive, nella serie, dalla voce narrante di Alba Rohrwacher, che poi è quella di Lenù adulta. Vedremo che sarà della storia di Lila e Lenù, finora ben legata al contesto di contorno grazie alle scelte di regia non banali di Saverio Costanzo, che riempie questa serie venduta in oltre 160 Paesi del mondo – italiana per ambientazione ma internazionale per produzione (c’è anche l’americana HBO) – di una qualità visiva superiore alla media tra quelle in chiaro che ricuciono la storia nazionale attraverso vicende umane sotterranee, minute e comuni. Non è solo l’uso costante del dialetto napoletano sottotitolato ma anche il valore generale dei dialoghi, lo spazio scenico assai lavorato, le sequenze a volte forti – durissima quella della prima notte di nozze di Lila – che rendono questa serie insieme popolare e d’autore, ed è per questo, forse, che continua a essere vista da un numero assai alto di telespettatori: 6.800.000 per le prime due puntate della nuova stagione, pari a uno share del 29.3%.

11 febbraio 2020