L’ospedale al-Awda di Gaza senza elettricità

Dopo l’assedio di dicembre, riprese, alla luce dei fari, le attività salvavita, nella struttura partner di AcionAid, una delle sole 4 funzionanti nel nord della Striscia

Al termine dei 20 giorni di assedio, nel mese di dicembre, sono riprese le attività nell’ospedale di al-Awda, nel nord di Gaza, partner di ActionAid. I medici stanno di nuovo facendo nascere bambini e salvando vite umane, ma «in condizioni incredibilmente difficili», denunciano dall’organizzazione internazionale. Nel periodo dell’assedio, tutti i servizi erano stati interrotti e il capo del reparto di Ostetricia e Ginecologia Adnan Radi ricorda i 3 medici, l’infermiera e i 2 operatori sanitari rimasti uccisi all’interno dell’ospedale proprio nelle ultime giornate. «Molte donne incinte sono state invece uccise nei dintorni dell’ospedale, mentre cercavano di raggiungere la struttura in pieno travaglio», aggiunge.

Durante l’assedio, il personale è stato trattenuto dall’esercito israeliano prima di essere rilasciato, ma il direttore dell’ospedale Ahmed Muhanna è stato arrestato e portato via e al momento ancora non si sa dove si trovi. «Siamo estremamente preoccupati per la sua sicurezza e chiediamo che venga rilasciato immediatamente – affermano da ActonAid -. I professionisti del settore medico godono di uno status protetto dal diritto umanitario internazionale, che deve essere rispettato».

Con la fine dell’assedio le attività di cura sono riprese ma la grave carenza di forniture mediche, carburante, cibo e acqua rende il lavoro quasi impossibile. «Essendo uno dei soli quattro ospedali parzialmente funzionanti nel nord di Gaza – e l’unica struttura in grado di fornire servizi di maternità nel nord – è un’ancora di salvezza per migliaia di persone disperate e in particolare per le donne incinte dell’area», specificano da ActionAid. Domenica scorsa, 7 gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha annunciato di aver annullato per la quarta volta una missione programmata per portare forniture mediche ad al-Awda e ad altri ospedali del nord, non avendo ricevuto garanzie di sicurezza. Sono passate quasi due settimane dall’ultima volta che l’agenzia è riuscita a raggiungere il nord di Gaza.

A fare il punto della situazione è ancora Adnan Radi. «Stiamo affrontando molti ostacoli – spiega -. Il primo è la sicurezza dell’ospedale e dell’équipe che vi lavora. Ci sono gravi carenze di specialisti e consulenti, poiché la maggior parte dei consulenti e degli specialisti di ostetricia e ginecologia sono stati evacuati a Rafah e Khan Younis. L’immunoprofilassi Anti-D, gli antibiotici e la maggior parte dei farmaci di emergenza in ostetricia non sono disponibili in ospedale. La maggior parte dei nostri interventi chirurgici – prosegue – è fatta alla luce dei fari. Non c’è elettricità. Molte pazienti ci raggiungono con gravi emorragie post-partum, perché hanno partorito durante il tragitto verso l’ospedale o nelle aree evacuate, nelle scuole e in altre zone di Jabalia o Gaza. Molte di loro hanno bisogno di trasfusioni di sangue, che non sono disponibili in ospedale in queste condizioni».

Nelle parole di Riham Jafari, coordinatrice Advocacy e Comunicazione di ActionAid Palestina, «è incredibile vedere come l’ospedale di al-Awda sia di nuovo in grado di fornire le cure disperatamente necessarie alle donne incinte e ad altri pazienti. Ciò è dovuto esclusivamente all’eroico coraggio e all’altruismo del personale dell’ospedale che continua a lavorare nonostante l’immenso pericolo che corre. A nessuna donna dovrebbe essere negato il diritto fondamentale a un’adeguata assistenza alla maternità – prosegue -, eppure, questa è la realtà per le donne che partoriscono a Gaza ogni singolo giorno. Non smetteremo mai di chiedere un cessate il fuoco permanente e immediato, per fermare l’insensata uccisione di civili, permettere agli aiuti vitali di entrare e salvare il sistema sanitario di Gaza dal collasso totale».

10 gennaio 2023