Doninelli rilegge la fragilità di Giuda

L’autore torna all’Iscariota con un racconto bellissimo che sin dall’inizio cattura il lettore. Torna come un macigno il peso di un gesto talmente lacerante da far sembrare inadeguata la categoria della colpa

«Il mistero del traditore», per usare l’espressione di Benedetto XVI a proposito di Giuda, è un interrogativo irrisolto ancorché affascinante. Claudel (Morte di Giuda, 1933), Caillos (Ponzio Pilato, 1961) e, più recentemente, il polacco Panas (Il vangelo secondo Giuda, 1974), ne riabilitarono la figura senza tuttavia dissipare dubbi e perplessità. Colui che, nell’ultima cena, intinge con Gesù la mano nel piatto (Mt, 26, 23) agisce nella piena libertà di coscienza o è il frutto di un disegno cui sarebbe impossibile sottrarsi? Questa è una delle tante domande che nei secoli hanno assillato interpreti e teologi.

Nel piccolo ma prezioso scorcio della letteratura italiana del ’900 restano indimenticabili il Giuda ansioso di Luigi Santucci («Che significa tradire? Significa solo e sempre non capire, non essere l’altro», in Volete andarvene anche voi?, 1969); l’individuo raziocinante di Mario Pomilio («Fu piuttosto uno di quegli esseri capaci di sole passioni intellettuali, di quelli cioè che s’innamorano delle idee più degli uomini», nel finale del Quinto Evangelio, 1975); l’uomo ambizioso di Giuseppe Berto («La mia vita l’avevo messa nelle Tue mani, e mi sforzavo che diventasse un atto di fede, non d’incantamento, ma nessun aiuto mi veniva da Te, né da colui che Tu chiamavi padre», in La gloria, 1978); il compagno smarrito di Ferruccio Ulivi (Trenta denari, 1986).

Luca Doninelli in Fa’ che questa strada non finisca mai (Bompiani) torna all’Iscariota con un racconto bellissimo che sin dall’inizio cattura il lettore: «Non essere d’accordo con qualcuno non è un delitto. Io amai quell’uomo fino alla fine, e cercai in tutti i modi di salvargli la vita». Giuda parla in prima persona, ma senza più tracotanza, come se fosse ormai fuori dalla contesa essendo già morto. Le pagine hanno la dolcezza dell’elegia e la plasticità del referto. Solo Giovanni ne esce ammaccato. Tutti gli altri sembrano godere della buona considerazione del traditore, il quale giunge alla fatale conclusione con mossa imprevista: «La mia fu una decisione piena di amarezza.

L’intento era quello di salvare il Nazareno, questo è vero, ma è anche vero che all’improvviso io non mi fidavo più di quell’uomo». Torna come un macigno il peso di un gesto talmente lacerante da far sembrare inadeguata la categoria della colpa. Boezio, in La consolazione della filosofia, dichiarò: «Dio vede come presenti quelle cose future che provengono dalla libertà di decisione; queste cose, dunque, in rapporto alla visione divina, diventano necessarie per la condizione della conoscenza divina; considerate per se stesse, invece, non decadono dall’assoluta libertà della loro natura». Giuda resta responsabile dell’azione compiuta, ma nel finale Luca Doninelli, commosso dalla sua fragilità umana, gli fa dire: «Io – forse – potrò risarcirlo dell’amicizia che gli sottrassi mentre moriva tra le grida di scherno».

 

10 novembre 2014