La prigionia ad Auschwitz e il difficile ritorno alla vita, al termine della seconda guerra mondiale. «Il mio dovere è quello di parlare, di raccontare, fino alla morte». Ieri pomeriggio, 29 gennaio, il Parlamento europeo riunito in plenaria a Bruxelles ha commemorato con la voce della senatrice italiana Liliana Segre, milanese, sopravvissuta all’Olocausto, il Giorno della Memoria e il 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio nazista.

«Avevo 13 anni – il racconto di Segre -, ero un’operaia schiava, fabbricavamo bossoli di mitragliatrice». Quando si aprirono le porte del lager, «iniziammo la marcia della morte. In 50mila, ognuno con le sue gambe, senza poterci appoggiare a qualcun altro, iniziammo la marcia del ritorno, dalla Polonia verso la Germania, attaccati alla vita. Camminavamo, camminavamo, mangiavamo schifezze, quello che si trovava. Ero una ragazzina dimagrita, senza sesso, senza mestruazioni, senza mutande… Diciamole queste cose, perché si sappia la verità. Camminavo. Una gamba davanti all’altra, una gamba davanti all’altra, voglio vivere, mi dicevo».

La marcia durò mesi. «Una volta tornata a Milano ero una ragazza ferita, selvaggia, bulimica, ma chi mi stava attorno pretendeva di avere ancora la ragazzina borghese di una volta». E la senatrice ha ricordato, con la delicatezza che la contraddistingue, senza odio, le «complicità con i nazisti, che ci furono in ogni Paese, magari ad opera dei vicini di casa, dei compagni di scuola. Io – ha continuato – mi sento la nonna di quella Liliana, una Liliana che mi fa una pena infinita». Quindi ha raccontato la gioia di essere mamma e nonna: «Questo è un miracolo, come è un miracolo questo Parlamento». Un monito alla pace e alla fratellanza, il suo, che aveva già espresso iniziando la sua testimonianza: «Le bandiere dei Paesi europei, oggi affratellati, che ho visto qui fuori ricordano la pace, perché qui ci si guarda negli occhi, si dialoga».

L’aula in piedi ha applaudito a lungo il suo discorso, prima di tributare un minuto di silenzio per le vittime dell’Olocausto. Accanto a Liliana Segre, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli, che ha stigmatizzato: «Il nazismo e il razzismo non sono opinioni ma crimini». Una ricostruzione storica, quella offerta da Sassoli, che ha attualizzato il messaggio dell’Olocausto. «Siamo qui oggi a ricordare che 75 anni fa si aprirono i cancelli di uno dei luoghi che la memoria degli europei non potrà mai dimenticare. Aprire quei cancelli, come tutti gli altri cancelli che si aprirono via via in tutti i campi di sterminio nazisti, ha mostrato alle generazioni future dove può arrivare l’uomo che perde la propria umanità».

Nelle parole di Sassoli, «ad Auschwitz, terra europea, quel giorno del 1945 vennero aperti i cancelli dell’abisso». Ad Auschwitz «si è incarnata la negazione stessa della nostra civiltà. La civiltà che ha origini ebraiche e cristiane, che ha incontrato il mondo islamico, che ha conquistato l’Illuminismo e costruito la propria convivenza sul diritto, che si è battuta contro la barbarie e la difesa della dignità umana, che ha cercato di offrire un’idea della bellezza della persona e delle persone che vivono insieme nella nostre città e nei nostri Paesi. Una civiltà – ha continuato il presidente dell’Europarlamento – che ha fermato la propria corsa verso il desiderio di libertà sulla soglia del cancello di Auschwitz. Dinanzi a ciò, quest’oggi, pieni di emozione e riuniti nel raccoglimento, ci inchiniamo davanti a tutte le vittime della Shoah e vogliamo assumerci il nostro dovere di ricordare».

David Sassoli ringrazia Liliana Segre al parlamento europeo, 29 gennaio 2020

La “soluzione finale”, ha incalzato ancora Sassoli, «ha fatto sì che l’inimmaginabile entrasse nell’immaginario; e dimostra che ciò che può essere immaginato, coadiuvato dalle circostanze, può essere portato a incarnarsi. Auschwitz, con tutte le fabbriche della morte disseminate nello spazio europeo, rappresenta una questione fondamentale della nostra società, della nostra civiltà, della nostra cultura e ci impone degli obblighi. Ci impone innanzitutto l’obbligo di agire ogni qualvolta vi è un atto di violenza e discriminazione, tutte le volte che un’azione antisemita e razzista si presenta nelle nostre società. Dobbiamo sempre considerare tutto ciò un attacco alla dignità delle persone e alla nostra idea di Europa».

Nel discorso di Sassoli, inevitabile un riferimento all’attualità. «Ogni volta che leggiamo sul giornale notizie di violenze, sacrilegi, insulti noi dobbiamo considerare queste violenze, sacrilegi e insulti rivolti a ciascuno di noi. Sono attacchi all’Europa e ai valori che essa rappresenta – ha continuato – e che incarnano le due malattie della nazione moderna che si propagano nel continente: da una parte la sacralizzazione delle frontiere e, dall’altra, la ricerca di un’identità pura e univoca – religiosa, etnica e culturale – che conduce inevitabilmente a costruire nemici». L’Europa al contrario «si è formata e vogliamo continui a formarsi con le nostre diversità, con le nostre pluralità, con il pluralismo politico, religioso, culturale».

Scendendo nel concreto, il presidente del Parlamento europeo ha ricordato «i vandalismi compiuti nei cimiteri ebraici, gli assalti alle sinagoghe e ai luoghi di culto, le minacce a cui vengono sottoposte famiglie europee di religione ebraica o le forme di intolleranza che colpiscono le minoranze presenti negli Stati membri». E ha affermato con forza: «Non sono ragazzate. Nei nostri Trattati tutto questo è scritto molto chiaramente e chiediamo alla Commissione europea e al Consiglio di adoperarsi perché ciò venga fatto rispettare. Noi abbiamo una responsabilità di fronte a questi pericoli. È accaduto una volta. Può ancora accadere».

Di qui l’invito a mantenere una coscienza «vigile, capace cioè di capire, prevenire e intervenire ogni qualvolta si diffondono i semi del male assoluto. La Shoah infatti non sarebbe stata possibile senza la complicità e la viltà che esistevano allora in Europa. Di fronte a ciò è necessario “pensare se stesso come un altro”, come diceva il filosofo Paul Ricoeur. L’altro è l’uomo scheletrico di Auschwitz, l’uomo che cammina di Alberto Giacometti, un uomo che si dirige verso un futuro che spera migliore. L’altro è anche lo straniero che desidera scrivere assieme a noi la storia dell’Europa». E ancora: «Auschwitz è indicibile. Voglio però credere che la testimonianza di coloro i quali hanno visto l’indicibile riesca a muovere i nostri cuori e a ispirare l’etica delle nostre azioni, affinché ciò non avvenga mai più».

30 gennaio 2020