L’università pontificia, espressione di una «Chiesa in uscita»

Lectio magistralis del cardinale Angelo Scola nell’apertura dell’anno accademico dell’ateneo del Laterano, di cui proprio il porporato è stato rettore dal 1995 al 2002. Il cardinale Vallini: «C’è bisogno di pensatori e ricercatori credenti»

L’università pontificia come espressione vitale di una «Chiesa in uscita» costituita da una «comunità di discepoli missionari» che aderisce alla «cultura dell’incontro» con un «pensiero aperto» e sempre orientato alla verità. È questa, in estrema sintesi, la missione dell’ateneo pontificio alla luce del magistero di Papa Francesco tracciata dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, nella lectio magistralis pronunciata ieri mattina, giovedì 6 novembre, per l’inaugurazione del 242° anno accademico della Lateranense. Una sorta di ritorno “a casa”, per il porporato, che dell’università del Laterano è stato rettore per 7 anni, dal 1995 al 2002, prima di essere nominato patriarca di Venezia.  Tappa importante, quella di ieri, nella vita di un’istituzione caratterizzata da un «peculiare legame con il successore di Pietro», come ha ricordato il gran cancelliere dell’ateneo, il cardinale vicario Agostino Vallini, dando inizio alla cerimonia in un’Aula magna gremita di studenti e docenti. Frequentata da santi e papi nella sua storia, oggi questa università assicura la formazione di base, specialistica e dottorale, ma anche master e corsi di specializzazione, attraverso quattro facoltà (Teologia, Filosofia, Diritto Canonico e Giurisprudenza) e due istituti (Pastorale e Utriusque Iuris). Un’offerta formativa che si avvale di oltre 150 professori ed è destinata a più di 5mila studenti provenienti da tutto il mondo.

Anche a loro si è rivolto il cardinale Vallini per ribadire la nuova sfida che li attende: «Lo studio e la ricerca nei diversi ambiti del sapere» in un «contesto culturale odierno di avanzata secolarizzazione e per tanti aspetti di secolarismo». In questo complesso scenario culturale e sociale, è sempre più urgente affermare «la reciprocità fra il credere, e dunque la vita spirituale, e l’intelligenza della fede, dunque la teologia», ha sottolineato il porporato. Motivo per il quale c’è bisogno «di pensatori e ricercatori credenti» con una «robusta vita spirituale».  Pensatori e ricercatori che dovranno avere anche una «vision», ossia una «direzione comune di marcia», ha evidenziato il vescovo Enrico dal Covolo, appena riconfermato rettore magnifico della Lateranense per il prossimo quadriennio. Fermo restando lo stile del «rettore-vescovo che si prende cura delle persone e delle situazioni», nei prossimi quattro anni il presule punta a «promuovere l’eccellenza della cultura accademica, vale a dire la formazione integrale di tutti i membri della comunità universitaria». Obiettivo da raggiungere attraverso tre priorità: «Attivare una riflessione sul metodo di insegnamento; vigilare diligentemente sulle questioni economiche; allargare gli orizzonti del sapere disciplinare alle dimensioni della fede e dell’amore».

Si tratta di prospettive che rimandano alla «nuova “uscita” missionaria» da cui è partito il cardinale Scola per illustrare la missione dell’università pontificia secondo gli insegnamenti di Papa Francesco. Il porporato ha cominciato col citare il passo dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium che invita ad «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo». Questa uscita missionaria, ha argomentato, il Papa la inserisce nella «cultura dell’incontro» e in questo senso l’università emerge come «luogo del discernimento» in cui «si elabora la cultura della prossimità» ma anche come «luogo di formazione alla solidarietà». La fisionomia dell’università pontificia che emerge dal magistero di Francesco, ha proseguito l’arcivescovo di Milano, è dunque quella di «una comunità familiare, ecclesiale e cattolica saldamente radicata a Roma». Il pontefice richiama spesso alla «cura di un soggetto unitario a livello personale e comunitario» indicando nel lavoro accademico, nella vita spirituale, comunitaria e apostolica i pilastri costitutivi di un «io unito» ed equilibrato. Senza mancare di evidenziare, ha chiosato l’arcivescovo citando, ancora, le parole di Francesco, che «la missione dell’università coincide con lo stesso orizzonte missionario della Chiesa» e «il buon filosofo e teologo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità».

7 novembre 2014