Maggio 1983, settanta parrocchie ancora nei garage  

Don Vincenzo Josia, allora parroco a Nuova Ostia, descriveva la vita delle comunità in queste situazioni

Forse pochi sanno che a Roma, molte parrocchie, una settantina circa, sono carenti di una qualsiasi struttura tradizionale, come la chiesa, la canonica, i cortili ecc. e sono invece sistemate provvisoriamente in garages, negozi, prefabbricati ecc. Ognuno può immaginare che il lavoro pastorale in queste condizioni, a lungo andare ne resta caratterizzato, sia per la carenza di spazi, sia perché le condizioni del lavoro sono piuttosto stressanti, dato che si trova sotto dei palazzi, a livello stradale, con tutto il concerto di rumori che potete immaginare.

Non parliamo poi dell’umidità degli ambienti e dei pavimenti, in inverno, e dell’aria greve in estate. Eppure, malgrado tutto possiamo dire che queste parrocchie sono le più belle, non tanto per ciò che di artistico possono vantare, quanto per la gente che le frequenta: gente semplice, gente del popolo, bambini a centinaia, adolescenti e giovani che si aprono alla vita, adulti con i loro problemi, casalinghe, anziani in cerca di pace e di amore. Ci sono anche i “fedelissimi”, le devote di tutti i giorni, con o senza visioni, e perfino il solito “pazzarello”, che non manca mai in nessuna parrocchia. Tutta gente per lo più senza tanta cultura, gente che combatte duramente ogni giorno per guadagnarsi tenacia il “terribile quotidiano”.

Il prete ci si trova bene nella sua parrocchia, anche se è scomoda e bassa, perché sta tra la gente, fatta della stessa pasta di quella dinanzi alla quale il Signore si commuoveva perché: “erano come pecore senza pastore” (Mc. 6,34); la folla dei malati, dei ciechi, degli storpi, degli “ossessi”, degli anonimi. Queste nostre parrocchie nei garages, sono molto simili alla parrocchia ambulante del Signore, il quale non aveva dove posare il capo (Lc. 9,58); il Messia venuto per “annunciare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista” (Lc. 4,19-20). Certo, non è sempre facile stare tra la gente delle nostre parrocchie. Tutt’altro.

Dobbiamo confessare umilmente che è faticoso, più di ogni altro ministero “specializzato”. Infatti vuol dire adattarsi a fare mille mestieri, anche a far la spesa e la cucina da soli, come tanti, oppure a non avere il tempo di mangiare o riposare in pace a causa del “benedetto” citofono che suona nelle ore più impensate. ma per questo è fatto il prete; per stare lì dove sono le pecorelle, per essere come il buon pastore “davanti” a loro, non di retroguardia; per stare “al chiodo”, come dice qualche collega con felice espressione, e non stare nascosto in qualche “nicchia” tranquilla, persuaso, ahimé!, di essere un uomo arrivato.

Questa è una tentazione frequente, anche oggi, e fa venire in mente l’immagine patetica del buon son Abbondio, che aspirava a una vita tranquilla, e al detto “armiamoci e partite” di non troppo felice memoria. Per vincere questa tentazione sarebbe molto utile ripetere spesso a noi stessi (e a quelli che aspirano agli ordini), che il prete che sta nella parrocchia realizza in pieno e in profondità la sua natura di pastore, non ché la sua paternità spirituale. Diversamente è come un pesce fuor d’acqua, è come una penna fatta per scrivere che non ha la carta per la scrittura, è come un cane da caccia legato alla catena a fare la guardia. Resta un essere frustrato.

Forse sarebbe bene considerare con più attenzione e stima le nostre parrocchie, con strutture o senza, e difenderle con più convinzione di fronte all’attacco sistematico, fatto certamente in buona fede, da parte di molti che la vedono come il luogo adatto ai cristiani di “serie C”, ai cristiani di poco valore, come so quelli della domenica. Troppo si pubblicizzano le attività e le adunate dei cristiani dei gruppi, dei cristiani delle varie comunità e spiritualità, e troppi preti alla fin fine ci cascano e vi si rifugiano abbandonando il numeroso gregge loto affidato nelle parrocchie dal Vescovo, per dedicarsi armi e bagagli a piccoli gruppi di “eletti”.

Dobbiamo invece dire che i cristiani comuni delle parrocchie, i praticanti della domenica sono cristiani di grande pregio, sui quali i preti possono “veramente contare”, che sono sempre al loro fianco per condividere le gioie e specialmente le fatiche della pastorale. Sono cristiani di grande pregio, non fosse altro perché non fanno parlare di sé sui giornali o alla TV, ma soprattutto perché sono pronti a dare tutti i giorni la loro testimonianza cristiana “Là dove sono”, in un mondo sempre più indifferente ed ostile. Per tutto questo sono stupende le nostre parrocchie, anche se sono nei garages, e il prete in esse è veramente un uomo integrato e felice. (di Vincenzo Josia)

1 maggio 1983