“Maria Maddalena”, pellicola patinata piegata allo spettacolo

Di fronte a questo nuovo, notevole impegno economico si ha la conferma che per fare un buon film bisogna conoscere molto bene la materia, non piegarla all’esigenza dello spettacolo

Vengono in mente da subito titoli quali “Il Re dei Re” (1961) o “La più grande storia mai raccontata” (1965 ). Ma si può anche arrivare a momenti decisamente più vicini e citare “Exodus” (2015) di Ridley Scott. Così facendo si è coperto un ampio tratto di storia del cinema utile a far capire il tono con cui Hollywood ha inteso accostarsi in epoche differenti ai testi religiosi più profondi e più vicini al cuore dei fedeli in tutto il mondo. Ci avviciniamo allora all’ultimo arrivato, “Maria Maddalena”, ulteriore approccio che conferma l’atteggiamento sostanzialmente ripetitivo nei confronti delle stesse tematiche. Il film, uscito in sala giovedì scorso, arriva in coincidenza con il periodo della Quaresima.

Già questa uscita, commercialmente studiata a tavolino per coinvolgere il pubblico in un momento forte del calendario liturgico, cerca di mascherare la consapevolezza che si tratta di un prodotto finalizzato a catturare l’attenzione sotto il profilo spettacolare, senza tuttavia aiutare ad approfondire. Il racconto è tanto generoso nel disegno dei personaggi quanto impalpabile sotto il profilo della tensione drammatica. Se la figura di Maria Maddalena entra per la prima volta in una dimensione di primo piano nella vicenda terrena di Cristo, questo non diventa automaticamente una sorta di “via libera” a rappresentarla con caratteri che non hanno realtà storica.

Si vuole dire che la presenza degli inevitabili
“divi” condiziona pesantemente l’efficacia della vicenda: Rooney Mara è una Maria Maddalena orgogliosa e ribelle, Joaquim Phoenix interpreta Gesù con tutta la sofferenza e il volto inquieto possibile. Un Gesù dolente, capace di privazioni, sacrifici sofferenze e tuttavia troppo inquadrato lontano dal posto giusto, talvolta distante e quasi assente. Il rapporto tra Lui e Maria si muove lungo direzioni non convergenti, protagonisti ma non sempre all’unisono. È bella e coinvolgente la cornice visiva alla quale il regista affida il racconto. Garth Davis, spinto dal buon successo internazionale del precedente Lion. “La lunga strada verso casa” (2016), preme l’acceleratore su una messa in scena mirabolante e coinvolgente, centrata su scene commoventi e visionarie, tutte lacrime ed interiorità irrisolta.

Se ne ricava che, nell’ambito del cinema cristologico, questa Maria Maddalena prova con molti sforzi e non poca tenacia a rendersi fruibile, a instaurare con lo spettatore momenti di sintonia e di empatia. In effetti le occasioni per riuscirci non mancano. Il fatto è che il copione sceglie la via più facile per accostarsi alla Croce, esaltando la componente visiva ma rischiando di perdere di vista la profondità della vicenda, la problematicità e la ricchezza della storia narrata. Nella confezione prevale il tono patinato, solo saltuariamente si avverte che gesti e persone stanno costruendo qualcosa di irripetibile e destinato a cambiare il mondo. Il miracolo di Lazzaro, la crocifissione, la Resurrezione sono momenti che restituiscono certo i fatti di duemila anni fa, misteriosi e impenetrabili ma non trasmettono inquietudine, non sconvolgono e non lasciano in attesa della venuta del “Regno”. Di fronte a questo nuovo, notevole impegno economico profuso dal cinema americano, si ha la conferma che per fare un buon film bisogna conoscere molto bene la materia che si intende trattare. Non piegarla all’esigenza dello spettacolo.

 

19 marzo 2018