Mattarella: servitori dello Stato, «l’unica fedeltà richiesta è alla Costituzione»

Al Quirinale la cerimonia nel 40° anniversario dell’uccisione di Giambini, Minervini, Galli, Amato, Costa e nel trentennale dell’omicidio Livatino

Si è volta nella cornice del Quirinale, ieri sera, 18 giugno, la cerimonia di commemorazione del 40° anniversario dell’uccisione di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato e Gaetano Costa e del trentennale dell’omicidio di Rosario Livatino. Ricorrenze che cadono, ha sottolineato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un «anno così difficile per la magistratura italiana».

Nelle parole del capo dello Stato, l’omaggio alla memoria di «questi valorosi magistrati che, come tanti altri, hanno dolorosamente punteggiato la nobile storia della magistratura italiana, per come hanno vissuto e interpretato la funzione loro affidata al servizio della giustizia e del Paese».  Consapevoli dei rischi cui erano esposti, «li hanno coraggiosamente affrontati per rispetto della dignità propria e di quella del loro compito di magistrati. Hanno svolto la loro attività, con coraggiosa coerenza e autentico rigore, senza rincorrere consenso ma applicando la legge. Fedeli soltanto alla Costituzione». Quella «alla Costituzione», ha rilevato Mattarella, è «l’unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato, a tutela della democrazia su cui si fonda la nostra Repubblica.

L’auspicio del presidente è che nella Magistratura «i fondamentali valori dell’autonomia e dell’indipendenza trovino oggi, come nel passato, piena attuazione». Avendo ben chiaro « il confine che separa l’interpretazione della legge dall’arbitrio e dalla ricerca della pura originalità nella creazione della regola, che determinano spesso un disorientamento pericoloso dovuto all’imprevedibilità della risposta giudiziaria», il monito di Mattarella, secondo cui «i nostri cittadini hanno diritto a poter contare sulla certezza del diritto e sulla prevedibilità della sua applicazione rispetto ai loro comportamenti». Per il capo dello Stato, «nel nostro Paese, come in ogni altro, c’è costantemente bisogno di garantire il rispetto della legalità. Anche per questo la magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca».

Il monito allora è a «dimostrare, con coraggio, di voler superare ogni degenerazione del sistema delle correnti per perseguire autenticamente l’interesse generale ad avere una giustizia efficiente e credibile. La dialettica fra posizioni diverse, il cui valore è indiscutibile, come espressione di pluralismo culturale, rappresenta una ricchezza per le nostre istituzioni», ha osservato il presidente della Repubblica, aggiungendo che «diventa, tuttavia, deleteria allorquando le differenze si traducono in contrapposizioni sganciate dai valori costituzionali di riferimento poiché fanno perdere di vista l’interesse comune ad avere una giurisdizione qualificata e indipendente. Appare davvero necessario – è la conclusione – un “rinnovamento culturale per rigenerare valori”, come pure è stato scritto nei giorni scorsi».

Nelle parole del capo dello Stato, anche il riferimento a possibili riforme relative al Consiglio superiore della magistratura, che «dovranno necessariamente articolarsi lungo il tracciato delineato della Costituzione. Indipendenza e autonomia dell’ordine giudiziario sono principi fondamentali, ripeto, irrinunciabili per la Repubblica. E di ciò andrà tenuto conto», ha affermato. Si dovrà agire per «rimuovere prassi inaccettabili, frutto di una trama di schieramenti cementati dal desiderio di occupare ruoli di particolare importanza giudiziaria e amministrativa, un intreccio di contrapposte manovre, di scambi, talvolta con palese indifferenza al merito delle questioni e alle capacità individuali».

E se fra i doveri di ciascun magistrato rientra «l’attiva partecipazione al governo autonomo della magistratura in ogni sua articolazione», questo deve avvenire «nel rispetto rigoroso dei principi e delle regole della Costituzione». Non esistono, per Mattarella, «motivazioni contingenti che possano giustificare l’alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione: qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitri, per cattive ragioni».

19 giugno 2020