«L’operazione Sophia senza più navi per soccorrere i migranti nel Mediterraneo è un non senso. L’ennesimo arretramento sulla ricerca e soccorso in mare. L’unica conseguenza è che aumenteranno, ancora, il numero delle vite umane perse in mare e sarà compromessa la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo Centrale». Mario Morcone, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), commenta con queste parole la nuova fase della missione Sophia, nata poco dopo il tragico naufragio a largo delle coste libiche del 18 aprile 2015 nel quale persero la vita quasi mille migranti e in atto concretamente dal 22 giugno dello stesso anno, che prevede ora il ritiro della navi dal Mediterraneo.

L’Unione europea, ricordano dal Cir, «decise di reagire a quell’orrore con la massima urgenza e il Consiglio europeo ribadì il forte impegno ad agire al fine di evitare tragedie umane derivanti dal traffico di essere umani. Un’operazione il cui nome deriva, non a caso, dalla bambina nata sulla nave che ha salvato la madre il 22 agosto 2015 al largo delle coste libiche». Finora la missione ha impiegato 2 unità navali e 7 mezzi aerei. Tra i suoi obiettivi, il contrasto al traffico di armi e l’addestramento della Guardia costiera libica. «Tra il 1° gennaio 2016 e al 10 marzo 2019 Sophia ha salvato 44.916 persone – si legge ancora nella nota del Consiglio italiano per i rifugiati -. Adesso se ne svilisce il senso ritirando le navi dal mare».

Ancora, dal Cir mettono l’accento sul fatto che, a fronte del «drastico calo» degli arrivi via mare – «sono solo 534 i migranti arrivati nel Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno» -, il numero proporzionale dei morti è altissimo: «Ben 160 persone hanno perso la vita su questa rotta. 1 migrante su 3 di quelli che arrivano. L’emergenza – è la conclusione – non è bloccare i porti, ma salvare le persone».

27 marzo 2019