Migranti, Russo: «La religione non è elemento di conflitto»

Il segretario generale Cei alla presentazione di una ricerca della Cattolica. Sassoli: una politica migratoria «non più dettata dalla paura»

Il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Stefano Russo, ha aperto i lavori del convegno “La religione del migrante: una sfida per la società e per la Chiesa” presso il dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale della Santa Sede, promosso dall’Università Cattolica, in collaborazione con la stessa Cei, alla vigilia della 106ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che sarà celebrata domenica 27 settembre. Il convegno è servito a presentare la ricerca su “Migrazioni e appartenenze religiose”, uno studio di circa 800 pagine condotto con il contributo di trenta ricercatori che smonta la percezione diffusa in Europa della dimensione religiosa come ostacolo al processo di inclusione.

Russo ha evidenziato che «non sarebbe corretto individuare nella religione un elemento di per sé di conflitto e di contrapposizione». Per questo, «come si sottolinea nello studio, in un quadro di ri-umanizzazione la religione può diventare una componente costitutiva di un processo di co-costruzione dello spazio pubblico». La religione «pensata come una questione meramente privata da confinare ai margini della convivenza sarebbe una miopia intellettuale oppure una forma di laicismo senza laicità», ha invece affermato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, in un saluto video.

Il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha ricordato che in questi giorni si sta lavorando alla revisione del trattato di Dublino su immigrazione e asilo. Citando i dati dell’Agenzia Onu per i rifugiati, ha parlato di un’emergenza umana e sociale «di fronte alla quale non possiamo più rispondere con la cultura dell’indifferenza ma dobbiamo adottare invece un approccio coordinato basato sui principi della solidarietà e della responsabilità» con una politica di immigrazione «non più dettata dalla paura e dall’incertezza».

Sassoli

I temi della ricerca sono stati illustrati da Laura Zanfrini e padre Fabio Baggio, del dicastero vaticano. Zanfrini, docente di Sociologia delle migrazioni, ha affrontato il tema della “religione dei migranti e rifugiati come sfida per la società” soffermandosi in particolare sulla necessità di destrumentalizzare la religione («gli immigrati soffrono spesso di un pregiudizio religioso») e di «riumanizzare il migrante», i due assi della ricerca. Ma ha anche messo in guardia dal rischio di “mercificazione” della fede da parte di organizzazioni di ispirazione religiosa come pure di migranti che usano la religione come chiave per ottenere asilo. La docente ha infine ribadito la necessità di creare uno spazio pubblico multireligioso: «Il riconoscimento è la prima cosa per ridare dignità alle persone» ma spesso è anche «necessario educare i migranti al pluralismo religioso».

zanfrini, 25 settembre 2020

Per padre Baggio, missionario scalabriniano e sottosegretario della sezione Migranti e rifugiati del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, «la dimensione religiosa è rilevante tra i migranti, solo il 9% (dati del 2010) si professa non credente» e «interviene nella stessa decisione migratoria, spesso ne è la causa». Raccontando alcune storie di migranti (ma anche il caso di un’infermiera filippina che dopo preghiera e dialogo ha deciso di non lasciare il suo Paese), padre Baggio ha sottolineato la necessità, per molti rifugiati, di tornare a vivere una dimensione comunitaria della religione. Infine ha evidenziato quattro sfide: «Mantenere viva la fede nel cuore dei migranti e dei rifugiati; organizzare percorsi di incontro, in cui il migrante si senta titolare della costruzione di comunità; aprire questi percorsi in particolare alle seconde generazioni; approfittare di questa presenza multireligiosa per intensificare il dialogo interreligioso ed ecumenico. Questo significa – ha concluso – essere missionari senza dover partire».

Le conclusioni sono state affidate al vescovo ausiliare di Roma monsignor Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes, che ha sottolineato come «occorre entrare in una realtà culturale che sappia cogliere tutto il vivere sociale. Per i migranti la realtà della religione è fondamentale, un appiglio in cui trovare se stessi». «La migrazione è un processo che va accompagnato dal basso ma soprattutto governato dall’alto», ha detto Di Tora, che ha sottolineato la «valenza sociale delle religioni. L’Italia può essere laboratorio tra le religioni storiche e quelle recenti. Una collaborazione – ha concluso – su cui costruire una nuova intercultura».

25 settembre 2020