“Momenti di trascurabile felicità”, lo sguardo leggero di Luchetti

Il film nelle sale da pochi giorni, con soggetto liberamente tratto dai due volumi di Francesco Piccolo. Un rituale per esorcizzare la paura di andare via

Una mattina Paolo sale sul motorino e si lancia nel traffico cittadino. È una operazione che ripete ogni giorno e, nel farla, è sicuro di poter utilizzare gli abituali tempi di percorrenza. Al solito incrocio, arriva però con una frazione di secondo di ritardo e un camion lo investe in pieno. Dall’aldilà, comincia a ragionare sul proprio destino… Prende il via così, come una fantasia che torna indietro nel tempo, il nuovo film di Daniele Luchetti “Momenti di trascurabile felicità”, in sala da giovedì scorso. Va detto che il soggetto è liberamente tratto da “Momenti di trascurabile felicità” e “Momenti di trascurabile infelicità”, due libri scritti da Francesco Piccolo, scrittore importante del cinema italiano. Per il cinema Piccolo ha firmato, tra le molte, sceneggiature per Nanni Moretti (Il caimano), Paolo Virzì (Il capitale umano), Francesca Archibugi (Gli sdraiati).

Dei due libri sopra citati ha detto: «Mi sembrava fossero i più lontani dal poter diventare film». Su questi invece il regista Daniele Luchetti (nato a Roma nel 1960, esordiente nel 1988 con Domani accadrà, autore di titoli molto apprezzati dal pubblico e dalla critica come Il portaborse, La scuola, La nostra vita, e la serie TV Chiamatemi Francesco) e lo stesso Piccolo dicono di aver «aggiunto molto, inventando una cornice ispirata a certi vecchi film», e «appoggiato questi momenti tra cielo e terra, ovvero il paradiso vero e proprio e la città di Palermo, dove si svolge la storia, perché abbandonare Palermo – per l’aldilà – è più struggente di altri abbandoni più freddi e nebbiosi».

L’ambientazione in effetti coglie scorci insoliti e inediti della città siciliana, con indubbia originalità e con un ricasco positivo anche nel taglio della narrazione. La citazione di «quei certi vecchi film» ha un riscontro preciso nella dimensione del sogno che si impossessa del racconto subito dopo la “morte” del protagonista (interpretato da Pif). Paolo appare quasi da subito simile ad un uomo molto attratto dalle donne in modo antico, quasi da conquistatore involontario. Sposato, molto legato ad Agata, non indifferente a tutte quelle occasioni nelle quali una presenza femminile vuol dire immaginare mondi nuovi e diversi, Paolo non rinuncia a seguire il calcio e il “suo” Palermo, e a mettere in atto il suo approccio sentimentale ora malizioso ora furbetto, sempre dedito a conservare un carattere malinconico e quasi svagato.

Facendo parlare il protagonista da morto (rifacendosi un po’, a proposito di vecchi film, a La vita è meravigliosa di Frank Capra), Paolo viene accompagnato con abilità nelle varie scansioni temporali. E tuttavia il racconto non riesce ad andare al fondo del proprio pensiero, a toccare il cuore della riflessione. La scelta di essere buono e generoso con la sua prediletta famiglia (con Agata, con i figli Aurora e Filippo) lo porta a snaturare se stesso, togliendo grinta e incisività alla narrazione. La commedia attraversa momenti tragici, affrontando tutto con generosa leggerezza, con riflessioni tipo «La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo?». Forse proprio, appunto, con “trascurabile felicità”. Film agile e senza troppe premeditazioni – lo definisce Luchetti -. Un rituale per esorcizzare la paura di andare via, per trarre un bilancio degli affetti e delle inconsapevolezze, per capire se la leggerezza del riso può dire della nostra vita cose piccole ma importanti.

18 marzo 2019