Nel “Viaggio sentimentale” di Šklovskij l’evidenza plastica del ‘900

La grande cronaca sulla rivoluzione russa in una nuova traduzione pubblicata da Adelphi. Prosa fatta di frammenti poi ricomposti in un magma incandescente

Rileggere il “Viaggio sentimentale “di Viktor Šklovskij (1893-1984), grande cronaca sulla rivoluzione russa, nella nuova traduzione di Mario Caramitti pubblicata da Adelphi (a cura di Serena Vitale, pp. 346, 22 euro), è sempre una notevole esperienza: quella prosa fatta di frammenti che sembrano sul punto di spezzarsi ma poi si ricompongono, sorta di magma incandescente, in un tutto unico d’inconfondibile fascino, rappresenta un’evidenza plastica del Novecento. 

Gli sconquassi registrati dall’autobiografico protagonista, giovane letterato, sì, ma anche istruttore-autiere, negli anni travolgenti della presa di potere sovietica, dal 1917 e il 1922, fra Pietroburgo, Galizia, Persia, Kiev e Berlino, sembrano illustrare allo stesso tempo la gloria e il tragico fallimento del ventesimo secolo. Ricordo una vecchia edizione di questo libro leggendario, nella prima versione di Maria Olsoufieva pubblicata nei tipi dello Studio Editoriale di Milano: il volume costava trentacinquemila lire, una cifra non trascurabile per gli studenti universitari che, come me, avrebbero voluto acquistarlo, anche perché incuriositi dal diario d’esordio del maggior formalista russo, il teorico, solo per ricordare una cosa, dello “straniamento”, cioè la percezione narrativa che consente agli scrittori di mostrare la realtà da un punto di vista nuovo, come ad esempio fece Lev Tolstoj in Cholstomér immedesimandosi in un cavallo che muore.

Proprio Tolstoj, nume tutelare di Šklovskij, costituisce il faro interno del “Viaggio sentimentale” (titolo esplicitamente sterniano): non solo e non tanto per la dimensione epica che le pagine del taccuino bellico evocano quasi ad ogni riga («L’Ungheria è caduta. Il croupier spazza via dal tappeto la nostra posta»), quanto per la matrice aforismatica che richiama lo stile da racconto breve di cui è intessuto Guerra e pace.

Negli occhi del lettore resta una baraonda caotica di fughe e inseguimenti, patti stipulati e traditi, all’indomani della sconfitta russa nei campi di battaglia europei, all’alba dei rivolgimenti antizaristi che, fra entuasiasmi e clamori, causarono la morte di migliaia di persone, soprattutto nella popolazione civile stremata dalla fame e dalla carestia: «Scorrazzavano per la città le muse e le erinni della rivoluzione di Febbraio», citiamo dalla vecchia traduzione, «camion e autocarri stracarichi di soldati appesi in fitti grappoli, che andavano non si sapeva dove né si sapeva dove ottenessero la benzina; davano l’impressione di una scampagnata rossa dilagante per la città. Sfrecciavano, viravano, ronzavano, come api».

Nel tumulto rivoluzionario, che si trascina via tutto, dall’ultimo contadino al grande poeta – numerose sono le figure di famosi scrittori che appaiono e scompaiono come fuggevoli visioni, da Gorg’kij a Blok – Šklovskij diventa adulto. Lui, fra bianchi e rossi, ferito anche gravemente ma poi sopravvissuto, si schiera nel mezzo: «La Russia inventò i bolscevichi come un sogno, come una motivazione della fuga e del saccheggio, ma i bolscevichi non hanno colpa se sono stati sognati». Che è un modo di chiamarsi fuori dal processo con elegante scetticismo. In fondo il vero giudizio nei confronti degli eventi storici lo formula attraverso la struttura dell’opera che ha composto: sarebbe impossibile illudersi di controllare il caos del mondo. L’unica possibilità che abbiamo è quella di rappresentarlo.

30 settembre 2019