Nell’oscurità della seconda guerra mondiale, storie di mani tese
A pochi giorni dalla Giornata della memoria, celebrata in un incontro “L’amicizia che vince le guerre”. Racconti e testimonianze, come quella dei coniugi Ulma, sterminati coi loro 7 figli per aver accolto in casa 8 ebrei, uccisi insieme a loro
Storie di amicizia nate tra gli orrori della guerra, come quella risalente al secondo conflitto mondiale tra la famiglia Terracina, ebrei camiciai di Mussolini, e la famiglia Cencelli, il cui capo famiglia, Armando, era stretto collaboratore di Pio XII. Legami tra ex combattenti israeliani e palestinesi che oggi lavorano insieme per promuovere la pace attraverso l’associazione Combatants for peace. Rapporti tra uomini di culture, tradizioni, fedi diverse che si sono cementati in nome del rispetto della dignità umana che ha portato intere famiglie a soccorrere e nascondere in casa propria perfetti sconosciuti in fuga dalla persecuzione. E a morire per questo. Come accaduto ai coniugi Jozef e Wiktoria Ulma, sterminati dai nazisti con i loro sette figli per aver accolto in casa otto ebrei, uccisi insieme a loro. Vite tanto diverse tra loro ma accomunate dall’identica compassione per il prossimo e che ieri sera, 18 gennaio, sono state al centro dell’incontro “L’amicizia che vince le guerre. Testimonianze e storie: oggi da Gerusalemme…ieri da Roma e Markowa”, ospitato dalla parrocchia di Santa Maria in Portico in Campitelli.
A pochi giorni dalla Giornata della memoria del 27 gennaio, l’intento è stato quello di celebrare gli atti di solidarietà e ricordare le mani tese in mezzo all’oscurità attraverso il docufilm “Quel sabato nero”, di Fausta Speranza, con la regia di Stefano Gabriele (produzione Framexs), e il libro “Uccisero anche i bambini”, di don Pawel Rytel-Andrianik e Manuela Tulli (edizioni Ares), che racconta la storia dei coniugi Józef e Wiktoria Ulma, cattolici polacchi di Markowa beatificati con i sette figli nel settembre scorso. Hanno «regalato la santità ai loro figli», ha osservato Manuela Tulli, testimoniando che «si può amare anche in mezzo agli orrori della guerra». Una famiglia «felice» che ha rischiato tutto «per fede e per amore», ha aggiunto don Pawel.
«Sotto ogni latitudine e in tutte le epoche storiche c’è sempre stato, e sempre ci sarà, qualcuno che difende i valori della fratellanza», ha detto Fausta Speranza durante l’evento moderato da Cristiana Caricato, giornalista di Tv2000. Nel docufilm spiega che, secondo la documentazione della Comunità ebraica, a Roma, durante la persecuzione, 100 istituti religiosi femminili, 45 maschili e molte chiese aprirono le porte agli ebrei. Compresa Santa Maria in Portico, dove i padri, «a rischio della propria vita, hanno nascosto intere famiglie» facendole passare da un corridoio interno che conduce direttamente al Portico d’Ottavia, al ghetto, «con la guardia nazionale che presidiava la porta principale», ha ricordato il parroco padre Davide Carbonaro. Non a caso l’evento si è svolto nella Sala Baldini, «dove in quei giorni nacque un bambino», ha aggiunto. Gesti di solidarietà spontanei da parte di chi aveva compreso che «erano innanzitutto persone quelle da salvare», ha sottolineato suor Grazia Loparco della Pontificia Facoltà Auxilium. «Di fronte a quella ingiustizia bisognava proteggere la dignità della persona».
Per l’ambasciatore Pasquale Ferrara, direttore generale degli Affari politici e di sicurezza del ministero degli Esteri, tra i compiti della diplomazia c’è quello di «riuscire a trasformare i nemici in amici». Facendo riferimento alle guerre in Ucraina e in Terra Santa, ha sottolineato che «ci troviamo davanti alle negazioni: Putin nega l’esistenza dell’Ucraina, Hamas nega l’esistenza di Israele che ha negato ai palestinesi il diritto di costituirsi come Stato». Nelle parole di Antonello Blasi, docente di diritto Pontificia Università Lateranense, «la pace si costruisce tutti insieme».
19 gennaio 2024

