Oltre la metà delle famiglie ha rinunciato a prestazioni sanitarie nel 2021

Spesi 136,6 miliardi per il welfare ma il 50,2% dei nuclei ha “tagliato” prestazioni nella sanità, 56,8% nell’assistenza agli anziani, 58,4% nell’assistenza ai bambini

 «Oltre la metà delle famiglie italiane (50,2%) ha rinunciato a prestazioni sanitarie per problemi economici, indisponibilità del servizio o inadeguatezza dell’offerta. Contemporaneamente la spesa delle famiglie per la salute, l’assistenza agli anziani e l’istruzione è aumentata». Lo rileva l’edizione 2022 del Bilancio di welfare delle famiglie italiane di Cerved, presentato ieri, 12 gennaio, a Roma, alla presenza del ministro per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti, di esponenti di governo e delle istituzioni, studiosi del cambiamento sociale e responsabili di imprese operanti mercato dei servizi di welfare. L’indagine ha coinvolto un campione di 4.005 famiglie di tutte le regioni italiane, stratificate per condizione economica e per composizione del nucleo familiare, e le rilevazioni sono state eseguite in diverse fasi negli ultimi due anni, dal lockdown della primavera 2020 a novembre 2021. Obiettivo: analizzare l’influenza dell’emergenza Covid sui comportamenti familiari e per distinguere le conseguenze dell’emergenza dalle tendenze di lungo termine.

Nel 2021 le famiglie hanno speso 136,6 miliardi per prestazioni di welfare (più di 5mila euro a famiglia), pari al 17,5% del reddito netto e al 7,8% del Pil, con un modello suddiviso in 8 aree. La salute (38,8 miliardi) e l’assistenza agli anziani (29,4 miliardi) sono le due aree principali, che nell’insieme assorbono la metà della spesa familiare. Seguono la cura dei bambini e l’educazione prescolare (con una spesa di 6,4 miliardi), l’assistenza familiare (11,2 miliardi), l’istruzione (12,4 miliardi), la cultura e il tempo libero (5,1 miliardi), le spese per il lavoro (25 miliardi), le assicurazioni di previdenza e di protezione (8,3 miliardi). Complessivamente, la spesa di welfare delle famiglie varia più rapidamente del Pil: aumentata del 6,8% dal 2017 al 2018, ha subito una contrazione provocata dalla pandemia (-14,6% dal 2018 al 2020), per tornare a crescere. nell’ultimo anno. dell’11,4%. In tre aree la tendenza generale è di continuo aumento della spesa: la salute, da 33,7 miliardi nel 2017 a 38,8 mld nel 2021 (superando la flessione provocata dall’emergenza Covid nel 2020); l’assistenza agli anziani, da 25,3 miliardi nel 2017 a 29,4 miliardi nel 2021; l’istruzione, da 9,6 miliardi nel 2017 a 12,4 nel 2021. Le spese familiari per l’istruzione hanno subito un’impennata nel 2020 a causa anche della necessità di dotarsi delle attrezzature tecnologiche richieste dalla Dad. In tre aree, invece, la spesa delle famiglie è fortemente diminuita nel 2020 a causa delle restrizioni provocate dalla pandemia e nel 2021 è tornata crescere ma senza raggiungere i livelli pre-crisi: l’assistenza ai bambini e l’educazione prescolare (le famiglie hanno dovuto fronteggiare la chiusura di nidi e asili con un forte aumento dell’impegno dei genitori che, in molti casi ha portato a difficoltà nel lavoro); l’assistenza familiare (è molto diminuito il ricorso alle colf); la spesa per la cultura e il tempo libero, che nel 2020 si è ridotta di due terzi e tuttora resta molto distante dai livelli precedenti alla crisi.

Il cambiamento delle strutture familiari ha generato nuovi bisogni, aumentando il gap con l’offerta. «La famiglia, con tutte le sue difficoltà – si legge nel rapporto – resta la rete primaria di protezione sociale, di solidarietà tra i generi e le generazioni, di educazione dei figli e di supporto alla mobilità sociale dei giovani». La crescita della spesa dipende in gran parte dalla trasformazione della famiglia, mossa da tre fattori principali: il cambiamento degli stili di vita e dei modelli di relazione familiare; la frammentazione delle strutture familiari; l’impatto sulla famiglia dell’invecchiamento della popolazione. «Il punto dolente del rapporto fra i servizi e il nuovo assetto familiare è rappresentato dal crescente numero di anziani che non trovano risposta adeguata nel sistema di welfare: quattro milioni di anziani, 28,9% del totale, vivono soli e le famiglie con anziani o con altre persone bisognose di aiuto sono 6,5 milioni. Nel 67,3% di queste l’assistenza è prestata esclusivamente da familiari, senza l’ausilio di servizi».

Secondo il rapporto, «per le famiglie italiane nel 13,9% dei casi si è trattato di “rinunce rilevanti” di prestazioni di welfare: 56,8% hanno rinunciato (22% in modo rilevante) a servizi di assistenza agli anziani e 58,4% (17,4% in modo rilevante) a servizi di cura dei bambini ed educazione prescolare. La quota delle famiglie che hanno fatto rinunce in queste aree è molto aumentata sul 2018. Non è aumentata ma resta elevata la quota di rinunce nell’istruzione: 33,8% (di cui 11,6% rinunce rilevanti)». Tre le motivazioni principali, indicate dall’indagine. Soprattutto nell’area della salute, «la pandemia ha provocato restrizioni nella disponibilità di servizi sanitari e rinvio delle cure da parte degli stessi cittadini per timore del contagio. Motivazioni che hanno determinato negli ultimi due anni il 58,9% delle rinunce».

Una seconda causa di rinuncia è economica, e riguarda la difficoltà delle famiglie più povere nel sostenere il costo delle prestazioni. «Si pone un problema di equità sociale – si legge -: il segmento meno abbiente (7,4 milioni di famiglie, 28,8% del totale) è quello con una incidenza della spesa di welfare più alta in proporzione al reddito (21,1%). In questo segmento la quota di rinuncia alle prestazioni è elevatissima: 62,3% nella salute (19,8% di rinuncia rilevante), 77,2% nell’assistenza agli anziani (33,6% rilevante), 65,6% nella cura dei bambini (23,6% rilevante), 42,1% nell’istruzione (14,15 rilevante)». Per la maggior parte delle famiglie «le principali motivazioni di rinuncia non sono economiche ma riguardano l’inadeguatezza dell’offerta. Ciò appare evidente nell’assistenza agli anziani – prosegue il rapporto -: più del 60% delle famiglie rinunciano a questi servizi giudicandoli di qualità insufficiente (29,5%) o ritenendo che le prestazioni di cui hanno bisogno non siano disponibili (31,9%). È evidente un gap molto ampio tra i bisogni delle famiglie e l’offerta attuale dei sistemi di welfare».

13 gennaio 2022