Ovidio, amori, miti e altre storie

Alle scuderie del Quirinale, in occasione del bimillenario della morte, una mostra rende omaggio al poeta di Sulmona con circa 200 pezzi tra affreschi, sculture, monili, codici e dipinti

Carmina figurata, arte e parola: connubio gioco di forme, sulle quali si articola l’operazione culturale messa in atto nell’esposizione: l’apparente leggerezza dei versi di Ovidio, interprete raffinato e “visivo” della mitologia greco-romana, e una produzione artistica, varia per composizione e stili, che dalle origini arriva fino al 600.

Il percorso si apre con una contaminazione, che desta qualche perplessità, tra suggestioni moderne e paziente lavoro degli amanuensi e antichi stampatori medievali: citazioni luminose di Ovidio in lingua latina, tradotte in inglese (Kossuth) distribuite lungo le pareti, fungono da cornice ad una sorta di tempietto. All’interno di esso sono esposti pregevoli esemplari di codici miniati delle opere ovidiane, recanti grifoni, sfingi e altri animali che si rifanno ai bestiari medievali e alla loro tradizione illustrata, più che ai racconti ovidiani. Testi peraltro trascritti da monaci amanuensi comprensivi anche dei versi più audaci. Tra gli esemplari a stampa si distingue quello di Aldo Manuzio, sul cui frontespizio appare la marca tipografica con l’ancora e il delfino; simboli entrambi cari ad Agosto e Vespasiano, in quanto sinonimi di equilibrio tra la velocità del delfino e la stabilità dell’ancora,

Al centro un dipinto che ritrae Ovidio in vesti orientali, probabilmente durante la relegatio sul Mar Nero, voluta da Augusto.  Si trattava di una forma di esilio più lieve, in quanto il condannato manteneva la condizione di cittadino e i suoi beni. Ignorate le cause di tale provvedimento, non revocato da Tiberio, successore di Augusto. Provvedimento, forse, dovuto ai “carmen et error”, ovvero all’aver scritto un’opera come l’Ars Amatoria e l’essere a conoscenza di qualche scandalo di corte. I contrasti con Augusto, documentati in una sezione, derivavano da una concezione estetizzante del poeta della vita romana e degli dei, discordante dalla politica moralizzatrice instaurata dall’imperatore. Di Augusto è infatti esposta una scultura che lo ritrae in veste togata, accanto a quella raffigurante la moglie Livia e i suoi parenti più prossimi, tra cui la figlia minore Giulia, bandita per comportamenti immorali. Ovidio non solo non richiama o rimanda ad un ideale di vita, ma si diverte con fervida immaginazione a raffigurare ninfe,eroi e mortali, animati da passioni e sentimenti non sempre edificanti (vendette, inganni, inseguimenti e rapimenti si concludano quasi tutti tristemente, fatta eccezione per Filemone e Bauci, che chiedono e ottengono dagli dei di morire insieme). Gli stessi capostipiti della gens Iulia non sono raffigurati come degli dei trascendentali:Venere ha un’ illecita passione per Marte, padre di Romolo.

Si tratta di un mondo tumultuoso e appassionante, magistralmente rappresentato nell’opera più celebre di Ovidio: le MetAMORfosi. Opera celebrata idealmente e rappresentata figurativamente nelle sale. L’amore è il corpus centrale dell’opera. Sculture come la “Venere callipigia”, affreschi, vasi etc. sono le fonti d’ispirazione di questo testo. Testo moderno per la combinazione tra l’umano e il divino, non più relegato su un piano trascendente, per il mutare in un nuovo status dal quale è impossibile tornare indietro, per il superamento del confine tra animato e inanimato e la contaminazione del prodigioso e reale. Ispirati anche ad un poemetto, il “Medicamina faciei feminae”, non mancano in mostra elementi per accrescere la bellezza, come la spatolina per mescolare i cosmetici,  o di fascinazione, come lo specchio che può, secondo l’interpretazione di Nietzche del mito di Nrciso, divenire anche un carnefice. Presenti anche altri elementi di seduzione femminili, come i monili, alcuni in ambra, creduta protettiva nei confronti del mal di gola (secondo quanto riportato da Plinio) o più erotici, appartenuti agli ambienti più privati.

Di sala in sala si dispiega la narrazione figurativa dei miti (dai predecessori di Giulietta e Romeo, Piramo e Tisbe, a Ganimede) cantati da Ovidio nel corso dei secoli, e  in molti casi proprio nella versione da lui tramandata.

Alla conclusione del percorso sembra essersi incarnato il desiderio di Ovidio, espresso negli ultimi versi delle Metamorfosi: “E ormai ho compiuto un’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo che tutto rode potranno cancellare. Quando vorrà, venga pure il giorno fatale[…] e ponga pure fine allo spazio (quale sia io non lo so) della mia vita. Ma con la parte migliore di me, io volerò in eterno più in alto delle stelle, e il nome mio rimarrà indelebile. E ovunque si estende, sulle terre domate, la potenza Romana, le labbra del popolo mi leggeranno, e per tutti i secoli grazie alla fama, se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, io vivrò”. “Vivam”, io vivrò. Con questa parola, Ovidio scrive la sua ultima metamorfosi: come Pigmalione che modella con cura la sua scultura, finché essa prende vita, il poeta plasma la sua opera con tale raffinatezza da trasformarla per sempre da inanimata ad animata.

Ovidio. Amori, miti e altre storie c/o Scuderie del Quirinale. Fino al 20/01/19. Orari:Da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00; Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. Biglietti (inclusa l’audioguida in italiano e inglese): Intero € 15,00; Ridotto € 13,00; Cortesia € 2,00. Per le promozioni speciali, le aperture straordinarie e le altre informazioni: tel. 02/92897722.

 

17 dicembre 2018