Padre Maccalli, il superiore Sma: «Uomo di fede, perdono e fraternità»

Padre Porcellato “racconta” all’Agenzia Fides il confratello, rapito dalla sua missione in Africa e tenuto in ostaggio per due anni. Nei giorni scorsi il rilascio

«Il missionario è l’uomo della Parola, dell’annuncio. Senza una Bibbia, senza la Parola di Dio e l’Eucaristia, padre Gigi ha detto di aver imparato ad ascoltare il silenzio. Il silenzio del grande deserto del Sahara, il silenzio interiore. Come il profeta Isaia, ha potuto sentire la presenza di Dio nel silenzio, nella solitudine. Ha trovato quel Dio che lo ha sempre sostenuto». A “raccontare” all’Agenzia Fides padre Pierluigi Maccalli, il missionario Sma rapito nella sua missione in Niger il 17 settembre del 2018 e rilasciato solo pochi giorni fa, il 9 ottobre, è il superiore generale della Società delle missioni africane padre Antonio Porcellato, che negli ultimi due anni ha seguito da vicino le sue vicende, tenendo i contatti con l’Unità di crisi della Farnesina.

Il racconto inizia dalla fine: da quell’episodio di sabato mattina, 10 ottobre, prima che padre Gigi e i suoi familiari iniziassero il viaggio da Roma verso Madignano, il suo paese natale. Prima di uscire dalla Capitale, ricorda il superiore, «Gigi ha chiesto di potersi fermare al cimitero di Prima Porta. Lì è sepolta Miriam Dawa, una ragazzina del Niger di 13 anni, che era riuscito a far venire in Italia, all’ospedale Bambino Gesù, per delle cure al cuore. Ma la malattia era più grave del previsto – continua – e Miriam non ce l’ha fatta. La famiglia aveva accettato che fosse sepolta a Roma. Sulla sua tomba padre Gigi ha pregato brevemente, si è inginocchiato. Poi ha cercato in auto il suo rosario della prigionia, fatto di stracci annodati. Ha voluto che rimasse lì, appeso a un braccio della croce della tomba».

A Fides padre Porcellato parla delle ore trascorse con il confratello appena liberato dai rapitori. E ne evidenzia soprattutto «la profonda fede, nonostante i dubbi. Gigi ha detto che all’inizio si è un po’ risentito con Dio – riferisce -: perché aveva permesso questo? In quel deserto si sentiva abbandonato, non sapeva dove ogni volta lo portavano i suoi carcerieri. Dubbi anche sul ruolo della Sma: cosa stanno facendo per liberarmi? Ma non ha mai perso la speranza, la fiducia, il senso della presenza di Dio che lo accompagnava ovunque», afferma. E questo gli ha permesso di resistere alle insistenze dei sequestratori, che ne volevano la conversione all’Islam. Resistenze alle quali i suoi compagni di prigionia hanno ceduto, «più per convenienza che per convinzione: per aver un trattamento migliore. Lui – prosegue il superiore – ha sempre resistito alle insistenze dei terroristi. È sempre rimasto sereno e convinto nella sua fede, indefettibile nel suo rapporto con il Signore».

In questa situazione, «mi ha colpito anche il suo appello al perdono, alla fraternità, alla speranza che si possa arrivare a una comprensione con i jihadisti – ancora le parole di padre  Antonio -. Ci sono altri ostaggi rimasti nelle mani dei terroristi. Dobbiamo avere in noi l’ideale della fraternità, ha insistito padre Gigi, e cercare di risolvere i nostri conflitti e le nostre incomprensioni con la nonviolenza».

15 ottobre 2020