“Padrenostro”, gli anni di piombo visti da un bimbo

Reduce dalla Mostra del cinema di Venezia, il film di Claudio Noce spinge il dramma, dal taglio autobiografico, verso i confini della favola. E la storia sbanda tra realtà e fantasia

È passato alla Mostra del cinema di Venezia come il primo film italiano in concorso. Tema centrale: gli anni di piombo nel nostro Paese. Anno 1976, periodo duro, momenti tormentati e destabilizzati da una escalation di terrorismo difficile da interrompere. Uomini dello Stato, colpevoli di niente, sono vittime di atti feroci e spietati: tra questi il vicequestore Alfonso Noce, coinvolto in un attentato da parte dei Nap (Nuclei armati proletari), in cui uno dei terroristi resta ucciso. È il momento in cui le generazioni più o meno consapevolmente entrano in collisione, quello in cui all’interno del rapporto padre/figlio emergono domande via via più pressanti. Figlio di Alfonso, Claudio Noce torna sulla vicenda di taglio autobiografico, e immagina che l’evento criminoso ruoti attorno a Valerio, dieci anni, primo figlio di Alfonso, e al suo tumultuoso incontro con la violenza.

La prospettiva scelta dal regista (quella del bambino) condiziona tutto il resto della vicenda, su cui cala una pesante ipoteca. Accanto a Valerio si pone infatti un amico inaspettato, il quattordicenne Christian, adolescente ruvido fino all’arroganza, che si fa tuttavia ben volere da Valerio fino a conquistarne la totale fiducia. Il rapporto tra i due cresce e si consolida in occasione del ritorno della famiglia Noce nella natia Calabria. È in questa circostanza che la sceneggiatura evidenzia alcune carenze strutturali. È credibile che un ragazzino sia accolto in un nucleo familiare da totale estraneo, senza chiedergli niente di genitori e parenti? Tanto più in presenza di un rappresentante della legge addetto alla protezione. Mentre la storia scorreva, questo interrogativo si è insinuato come un inciampo nello scorrere della vicenda, come una sorta di rottura della coerenza narrativa. Quando il flusso è ripreso, il film ha dovuto fare i conti con una corsa a ritroso tra realtà e fantasia.

Se del tutto indovinata era l’intenzione di mostrare la durezza degli anni di piombo attraverso l’innocenza dell’infanzia (molto buono il lavoro fatto dalla regia sui due giovanissimi Mattia Garaci/Valerio e Francesco Gheghi/Christian), lo sbocciare di un’amicizia tra i due lungo un terreno impervio ha avuto come conseguenza quella di spingere il dramma verso i confini della favola, con ricadute sociali. Il punto di partenza risulta ben calibrato e motivato dentro il vissuto personale dell’autore. Più avanti, però, qualcosa sembra non funzionare e la storia sbanda in maniera confusa tra realtà e fantasia.

Nato a Roma il 1° agosto 1975, Claudio Noce esordisce con il film “Good Morning Aman” (2009), cui fa seguito “La foresta di ghiaccio” (2014), due storie di taglio drammatico che ha intercalato con incursioni nella serialità televisiva. A fronte di questi passaggi incerti, di alcuni momenti che sottraggono il pathos necessario, il film nella serata finale ha ricevuto alla Mostra di Venezia un premio importante, la Coppa Volpi per il migliore attore andata a Pier Francesco Favino nel ruolo del vice questore Alfonso Noce. Premio tanto più meritato perché ottenuto da non protagonista, alle spalle dei due generosi ragazzi Valerio e Christian. Per Favino, la conferma di una stagione di alto livello professionale, dopo i ruoli di Tommaso Buscetta (”Il traditore” di Marco Bellocchio) e di Bettino Craxi (”Hammamet” di Gianni Amelio).

28 settembre 2020