Pompili: prevenire il suicidio ricostruendo le reti sociali

71 le morti registrate in Italia, connesse alla pandemia di coronavirus. Alla vigilia della Giornata mondiale per la prevenzione, il direttore della Psichiatria del Sant'Andrea analizza le cause. L'indicazione: promuovere «l'effetto Papageno, che innesca il desiderio di vivere»

Sono 71 le morti per suicidio registrate in Italia da marzo a oggi e ritenute connesse, in maniera diretta o indiretta, alla pandemia di coronavirus. Il dato – relativo a un fenomeno sociale che interessa ogni anno 800mila persone nel mondo e circa 4mila in Italia – è stato messo in luce nel corso del Convegno internazionale di suicidologia e salute pubblica organizzato dalla Sapienza di Roma e in programma in modalità telematica fino a sabato 12 settembre, in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che ricorre domani, 10 settembre. «Il numero rilevante di casi di suicidio riferiti dai mass media, pur non essendo una rilevazione statistica accurata indica che nei prossimi mesi il suicidio potrebbe diventare una preoccupazione più urgente, sebbene ciò non sia inevitabile – spiega Maurizio Pompili, presidente del convegno e professore ordinario di psichiatria alla Sapienza, oltre che direttore dell’Unità operativa complessa di Psichiatria dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma, dove è e responsabile del servizio per la prevenzione del suicidio, attivo dal 2007 nel nosocomio -. Del resto, è noto che in seguito a crisi imponenti o emergenze diffuse, il numero dei suicidi cresce», come accaduto ad esempio durante la crisi economica del 2008, «con un incremento in Italia del 12% ».

L’aumento del tasso di disoccupazione, conseguenza del lockdown, «è sicuramente uno dei tratti salienti da considerare – illustra ancora l’esperto – ma, sebbene sia rilevante, l’elemento economico non è l’unico da considerare: pesano anche lo stigma, il senso di esclusione, il dolore sociale oltre che quello fisico». Pompili considera in particolare «l’impossibilità, nei mesi più acuti dell’emergenza sanitaria, di frequentare luoghi di culto», laddove la letteratura di settore mostra che «l’assiduità rispetto a certi ambienti riduce il tasso di suicidio» e, ancora, «l’ansia collettiva generata dall’essere sottoposti a notiziari focalizzati in maniera monotematica sui dati della pandemia». A riguardo, il medico sottolinea la necessità di «educare i mass media a trattare le notizie legate a casi di suicidio senza sensazionalismo né con il carattere e il tono dello scoop» poiché questo «può indurre a fenomeni di contagio che possono essere anche elevati, in funzione del cosiddetto effetto Werther».

È invece «l’effetto Papageno, che innesca il desiderio di vivere come è per il personaggio del Flauto magico di Mozart, quello da promuovere, offrendo luce e solidarietà», esorta Pompili. Perché la prevenzione del suicidio è possibile, «non solo imparando a riconoscere i segnali d’allarme – continua – ma anche recuperando il significato di rete sociale, soprattutto in questo difficile periodo: l’isolamento è uno degli elementi che possono precipitare il disagio psichico ma è ben diverso dal distanziamento fisico necessario a contenere il contagio. Si può essere distanti ma vicini, stando accanto agli altri pur nel rispetto delle disposizioni anti-Covid più rigide». Ancora, per Pompili «è importante attuare programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema a partire dalle scuole, favorendo nei più giovani la crescita di consapevolezza rispetto ai propri bisogni emotivi», considerato che «l’atto suicidario non è mai un fatto singolo e improvviso ma l’epilogo di una catena di eventi di sofferenza che provengono dall’infanzia».

Centrale, quindi, il tema della salute mentale e il ruolo della psichiatria, «che passa attraverso un’attività di empatia del medico», quale sostegno per soggetti a rischio di suicidio ma anche per quanti hanno perso un caro per suicidio, definiti tecnicamente “survivors”. «Sono tanti i sentimenti che interessano i familiari di chi ha scelto il suicidio – spiega Pompili -: c’è la rabbia per essere stati abbandonati ma anche il senso di colpa, oltre allo sconforto». Ancora, «la ricerca di risposte», alle quali si tenta di pervenire «mediante la tecnica dell’autopsia psicologica – illustra il medico -, che esplora il vissuto del soggetto suicida, nel tentativo di riconoscere le ragioni del suo gesto».

9 settembre 2020