Prodi: «Il problema migrazioni ci divide per la nostra incapacità di affrontarlo»

Già presidente della Commissione Ue, l'ex premier alla Gregoriana per l'apertura del corso di formazione sull'Europa promosso dal Centro Astalli. La necessità di politiche di inserimento

Investire nell’educazione dei più giovani e realizzare politiche «attive» di integrazione. Sono le due strategie da attuare a livello europeo per una gestione efficace e proficua dei flussi migratori secondo Romano Prodi, intervenuto ieri sera, 15 maggio, alla Pontificia Università Gregoriana al primo incontro del corso di formazione “Europa – Futuro Plurale”, promosso dal Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati. Quale presidente del Consiglio dei ministri nel 1996 e nel 2006 e presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004, Prodi è stato coinvolto «per riflettere insieme su quello che desideriamo come cittadini d’Europa – ha spiegato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli – rispetto alla questione dei migranti forzati, senza arroccarci su quelle posizioni nazionali che stanno mettendo in discussione il principio di solidarietà ma con l’obiettivo di pensare e costruire comunità plurali».

Partendo da un’analisi della situazione italiana, Prodi ha considerato come «il problema delle migrazioni ci divide in modo stupidamente drammatico per l’incapacità di affrontarlo» e quanto «la crisi economica ha portato a un mutamento antropologico dei valori profondi» che si fonda «sulla paura e sul senso di instabilità le cui cause vengono imputate a fattori esterni dai partiti nazionalisti che, quindi, agiscono a livello di politica interna, chiudendo i porti in maniera drastica». Ancora, sottolineando come «da sempre, i cittadini chiedono primariamente protezione al potere e alle istituzioni» e che «è su questo che si fonda il rapporto di fiducia con lo Stato», l’ex premier ha definito, con amara ironia, «una mossa politicamente intelligente, in questo momento storico, fare leva sulla paura dei cittadini permettendo che l’immediatezza di certi slogan come “prima gli italiani” arrivino alla pancia invece che alla testa», così che «la razionalità diventa un lusso».

A mancare è anche «un certo senso del realismo e della storia: se guardiamo alla grandezza e alla durata dell’Impero Romano – ha detto ancora -, notiamo un punto di forza imprescindibile nell’estensione continua della cittadinanza: è solo se ci apriamo all’altro che possiamo conservare le nostre ricchezze». In particolare, Prodi sostiene che «le leggi e i messaggi dell’attuale politica italiana blocchino un processo di integrazione che potrebbe rivelarsi invece proficuo anche sul piano economico». Guardando al continente africano, «che a metà del secolo sarà abitato da oltre 2 miliardi di persone e dal quale si muovono, e si muoveranno, in massima parte i migranti», il professore ha ipotizzato «un piano di investimento Europa-Cina per regolare i flussi migratori», sottolineando come «la più popolosa nazione asiatica ha già interessi molto forti in Africa per un motivo semplice: avendo il 7% delle terre arate del pianeta e il 20% della popolazione mondiale, quando sono aumentati i consumi e le aspettative individuali e collettive, il governo cinese è andato a cercare cibo, energia e materie prime là dove poteva trovarli».

Quindi Prodi ha auspicato per l’intera Europa, che ha definito «un’unione di minoranze», delle «vere politiche di inserimento come quelle attuate in Germania: si fondano sull’insegnamento della lingua locale allo straniero, la formazione professionale per l’apprendimento di un mestiere e processi reali di allocazione», quelli che in Italia non esistono mentre «dovrebbero essere parte del bilancio dello Stato». Centrale, perciò, l’elemento formativo da riservare a chi arriva, per favorirne l’inclusione, e a ciascuno, «specialmente ai nostri giovani, perché è intervenendo sull’educazione che si abbattono gli indici di disuguaglianza» e «l’unico strumento per diffondere il concetto di integrazione è la scuola pluralistica».

Alla scuola Prodi demanda anche «l’insegnamento della storia che non è più, oggi, in un mondo in cui sembra contare solo la propria esperienza singola e personale, “magistra vitae”»: manca, cioè, «una consapevolezza comune che è filtrata e inficiata da una certa mediazione», per cui «anche rispetto al dramma di certe guerre o delle tante morti di migranti si vive un’emozione momentanea che, però, passa in fretta». Per questo, per «non rimanere alla superficie di certi fenomeni, bisogna sensibilizzare le nuove generazioni».

16 maggio 2019