Quaresima, invito a riscoprire le opere di misericordia

In una società della giustizia urlata, c’è ancora più bisogno dell’arte evangelica della prossimità. Soprattutto davanti ai nuovi fenomeni sociali

In una società della giustizia urlata, c’è ancora più bisogno dell’arte evangelica della prossimità. Rielaborandola creativamente, davanti ai nuovi fenomeni sociali

Quasi ci eravamo dimenticati del tutto negli ultimi tempi delle «opere di misericordia», sia corporali che spirituali, come si dice. Forse perché a tante precarietà sociali provvede oggi l’organizzazione assistenziale civile; forse perché esse implicitamente facevano pensare che «facendo» qualcosa si acquistavano meriti, e oggi sui meriti nessuno più investe, neanche per il cielo. O forse perché, più a fondo, abbiamo perso la centralità dell’atteggiamento «misericordioso», in una società della sfida, dell’egoismo, della giustizia urlata. Ma proprio per questa esasperazione sociale degli atteggiamenti egocentrici e nella globalizzazione dell’indifferenza per chi non ce la fa, per chi arranca, per chi sprofonda nella fragilità, c’è ancor più bisogno dell’arte evangelica della prossimità, del primato della tenerezza, del dono, della solidarietà.

Bene perciò ha fatto papa Francesco a inserire fra gli impegni che gli stanno a cuore per il Giubileo straordinario della Misericordia il recupero di una attenzione vigile su tante «situazioni di precarietà e di sofferenza presenti nel mondo di oggi». E in particolare a indicare un modo classico per avvicinarsi alle «periferie esistenziali», praticando prossimità e condivisione: «È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale» («Misericordiae vultus», 15).

Certamente oggi bisognerebbe ripartire, più che dall’accento sulle opere, prima di tutto dall’atteggiamento misericordioso, che non è buonismo ma empatia, cioè cuore-dato-alla-fragilità («miseriae-cor-datum»), sapersi collocare nella situazione dell’altro, mettersi in ascolto delle sue emozioni e non solo dei suoi bisogni materiali. Imparare dai fremiti di chi ha fame in un mondo di sprechi alimentari, di chi ha sete, è fragile nelle risorse e nella dignità, è prigioniero del proprio male compiuto che lo avvilisce, è stato ridotto a «scarto» sociale dall’egoismo accaparratore. E qui lasciarsi commuovere, provocare, ricondurre a solidarietà che nasce dal cuore che ascolta. Prima che l’opera, o comunque anche tramite l’opera o l’azione, quello che vale è fare davvero comunione con il fratello malato, carcerato, denudato, avvilito, dubbioso, offeso, afflitto, disperato. E non solo tacitare la propria sensibilità religiosa con qualche gesto frettoloso, una offerta distratta, una visita di pura formalità, un abbraccio senza calore, una pazienza senza perdono, una vicinanza senza condivisione che costa.

E poi ci sono fenomeni storici e sociali che ci costringono non solo a riformulare l’elenco con terminologia più attuale ma soprattutto a includere fatti nuovi nelle vecchie categorie. Per esempio «ospitare i forestieri», oggi nel contesto di queste ondate di migrazioni caotiche, di rifugiati scorticati dalla violenza e di feroci mercanti di carne umana, non va rielaborato creativamente? Per realizzare un impegno sia concreto e immediato (raccolte, offerte, aiuti), sia con una azione politica e culturale che è quanto mai urgente. E la coscienza cristiana in questo può dare un contributo notevole, contro rigurgiti razzisti, contro muri e recinzioni xenofobe, contro gli affari mafiosi e gli intrecci perversi che sfruttano questi fratelli o li respingono con metodi barbarici e disumani.

Lo stesso per altre situazioni: per esempio la sete, in una corsa all’accaparramento del mercato delle acque; la presenza presso i malati in una società che li sfrutta a beneficio delle potenti multinazionali; il rispetto amoroso per i morti in una società che non vuole vedere questa realtà e la nasconde narcotizzandosi. Lo stesso per il supermercato delle emozioni: afflitti, dubbiosi, depressi, fragili, delusi, isolati, denudati, sono oggi una moltitudine, perché spesso sono prodotti dal sistema stesso, come necessaria zavorra, ma poi scaricati senza scrupoli. Come trasformare queste esistenze opache, rendendole luminose con mani solidali, cuore di comunione e mani operose? (Bruno Secondin)

22 febbraio 2016