“Rembrandt a Emmaus”, il «luminoso lascito» di Max Milner

Se l’essenza del cristianesimo è portare la luce dentro le tenebre, cioè Dio in mezzo agli uomini, allora il giovane pittore aveva messo la mano sul fuoco

Tanti sono stati i pittori che, sulla scorta del racconto evangelico di Luca (24, 13–35), hanno rievocato la memorabile apparizione di Gesù Cristo, tre giorni dopo la sua morte, ai discepoli di Emmaus i quali, sorpresi, animati e incuriositi da quel pellegrino sconosciuto incontrato lungo il cammino, lo invitano a casa dove gli offrono il pasto e, quando lui spezza il pane e lo benedice, soltanto allora lo riconoscono. La scena affollata e multicolore di Paolo Veronese, il portico ombroso e angusto di Rubens, la tavola bianca quasi da “ultima cena” di Tiziano, il cerchio ristretto e luminoso dei due Caravaggio: quello rosso squillante di Londra (National Gallery) e quello scuro e mesto di Milano (Pinacoteca di Brera); ma forse nessuno come Rembrandt è tornato così tante volte sul tema con opere dense e complesse, a dimostrazione di quanto, sin da ragazzo, si fosse interrogato sui significati profondi che l’incontro di Emmaus tiene celati.

In particolare al primo dipinto del 1628, conservato al Museo Jacquemart di Parigi, Max Milner (1923–2008), uno dei più grandi critici del ventesimo secolo, dedicò il suo ultimo libro: “Rembrandt a Emmaus” (Vita e pensiero, pp. 127, 14 euro) che Carlo Ossola, nella preziosa postfazione, definisce «luminoso lascito, compendio perfetto della sua ricerca, di studioso e di credente, sul discrimine ove luce e tenebre si confrontano e si fondono». Basta osservare l’immagine del celebre quadro, dipinto da Rembrandt a soli ventidue anni, per comprendere la posta artistica e teologica che è in gioco: l’angolo stretto fra due pareti giallastre, con un sacco attaccato sul muro, spunta dal buio come un flash improvviso, teso a cogliere l’espressione smarrita del discepolo nel momento in cui riconosce Gesù, pochi istanti prima che scompaia.

Nelle opere successive dello stesso pittore sul medesimo soggetto, conservate al Louvre, al Museo Reale di Copenaghen, senza parlare dei disegni alcuni dei quali presenti agli Uffizi, il Cristo sarà sempre ben visibile, illuminato da candele o finestre. Avrà uno sguardo pallido, smagrito, occhi sgranati alzati verso il cielo oppure rivolti ai commensali. Gruppi di persone lo circonderanno, osservandolo inquieti, come travolti dal suo spettro. Mai più avremo di fronte quella figura nera, misteriosa, senza lineamenti, che sembra tendersi all’indietro sulla sedia, quasi a cadere, sulla quale Max Milner costruisce la sua appassionante indagine soprattutto descrittiva. Conoscere è forse riconoscere? E quando i pellegrini chiedono al forestiero di restare con loro, a chi si stanno rivolgendo? Perché, mentre lui parlava delle Sacre Scritture, non avevano capito di trovarsi di fronte il Risorto?

Eppure, nel sentire le sue storie, il cuore “ardeva” nei loro petti. Se l’essenza del cristianesimo è portare la luce dentro le tenebre, cioè Dio in mezzo agli uomini, allora ci rendiamo conto di come il giovane Rembrandt avesse messo la mano sul fuoco. E comprendiamo, apprezzandolo, anche il ricordo commosso che Carlo Ossola ci consegna del vecchio Milner, amico e collega, indimenticabile interprete di Giovanni della Croce e della sua “Notte oscura”, la sera in cui lo accompagnò in una delle ultime conferenze in un centro culturale ad Aubervilliers, nella periferia parigina, sulla scia di una folgorante intuizione di Victor Hugo: «La condizione del cielo è la notte. Noi chiamiamo giorno una stella».

23 aprile 2019