“Resta con me”, una storia vera sulla sfida di fronte alle avversità

Al centro della pellicola, nelle sale da fine agosto, i 41 giorni trascorsi dispersi nel Pacifico da Richard Sharp e Tami Oldham Ashcraft. La sensazione della solitudine e della paura

L’episodio è accaduto veramente. Nel 1988 Richard Sharp, giovane ma già esperto skipper, accetta l’incarico di attraversare l’oceano Pacifico, da Tahiti a San Diego, per consegnare un veliero. Richard convince ad accompagnarlo Tami Oldham Ashcraft, una ragazza da poco conosciuta ma di cui si è subito innamorato. Tami lo ricambia con entusiasmo, disponibile a seguirlo in un’impresa che affronta con passione e divertimento. È l’inizio di Resta con me (in originale Adrift, “Alla deriva”), film di taglio avventuroso-sentimentale di Baltasar Kormákur, con Shailene Woodley e Sam Claflin, uscito nelle sale a fine agosto. Trattandosi, come si diceva, di cronaca vera, era difficile prescindere dall’autentico svolgimento dei fatti, che comunque possiamo anche non anticipare per lasciare allo spettatore la tensione delle immagini.

Il punto centrale che il racconto vuole evidenziare è la forza della volontà e della fiducia in se stessi, attraverso il sostegno dell’amore e degli affetti. Su questa linea si muove il libro Resta con me. Un’incredibile storia vera, 41 giorni dispersi nel Pacifico, che la stessa Tami ha scritto insieme a Susea McGearhart, nel quale ha messo su carta tutti i momenti drammatici vissuti durante quella esperienza, punto di partenza della sceneggiatura. 41 giorni è il periodo che Tami ha passato sull’imbarcazione in balia delle violente raffiche dell’uragano, quando senza più motore né vele si è vista costretta a razionare i pochi viveri rimasti a bordo e a inventarsi esperta donna di mare, sfruttando venti e correnti, fino a raggiungere l’isoletta di Hilo, nelle Hawaii.

In questo mese e mezzo Tami deve confrontarsi con l’infortunio di Richard, che dapprima lo obbliga a stare fermo in un angolo dell’imbarcazione, poi, quando sembra essersi ripreso, la forza trascinante del mare nuovamente lo soverchia senza ritorno. In quei tragici frangenti, Tami sperimenta cosa vogliono dire dolore e sofferenza. Partita carica di fiducia e positività, la ragazza sperimenta l’altra faccia della felicità, quel lato oscuro che si cela dietro svago e spensieratezza. Quando si ritrova sola in mezzo al mare a fronteggiare la vastità dell’oceano, Tami ha forse per la prima volta nella vita la sensazione della solitudine e della paura. È un brivido che rende inermi e quasi incapaci di reagire, se non con una reazione che richiama tutta l’interiorità della giovane età unita a un buona dose di follia e incoscienza. Forse l’episodio servirà a Tami per avere l’esatta percezione della differenza tra timore e coraggio, tra luce e ombra, tra l’essere soli e il contare su una persona di appoggio.

Resta con me è un film che indaga i percorsi interiori difficili da ammettere, che ti schiantano quasi senza accorgertene. Quando fai i conti con la vita a confronto con gli elementi naturali, quando capisci che la Natura è tanto bella se è benigna ma anche crudele se ostile. Una riflessione che ritroviamo in due titoli che affrontavano la medesima situazione, da punti di partenza opposti: All is lost di J.C. Chandor, con Robert Redford solo e abbandonato in mezzo all’oceano che rivolgeva una preghiera al cielo, e In solitario di Christophe Offenstein, con François Cluzet: film francese sulle ambizioni di uno skipper troppo tentato dall’avventura. Una vicenda di tono educational adatto soprattutto ad un pubblico giovanile.

10 settembre 2018