«Ride», l’atto d’accusa di Mastandrea per gli infortuni sul lavoro

Senza fare ricorso a ideologie né occasionali atti di accusa, Mastandrea dirige un film che è un incisivo atto d’accusa, di fronte al quale non si può far finta di non vedere

Dall’esordio agli inizi degli anni Novanta (Ladri di cinema, di Piero Natoli 1994), a Tito e gli alieni di Paola Randi (2018), Valerio Mastandrea ha lavorato in circa sessanta film, sempre mostrando una grande duttilità di interprete. Ora si misura con il passo conclusivo, la regia. Così si arriva a Ride, uscito in sala il 29 novembre, titolo secco, rapido, essenziale, quasi sintesi di una serie di sensazioni e di emozioni avvertite, sopportate, espresse dai protagonisti. La vicenda prende il via a Nettuno, cittadina balneare vicino a Roma, dove vive Carolina. Il fatto scatenante è già accaduto: Mauro Secondari, marito di Carolina, giovane operaio, è morto cadendo nella fabbrica in cui, in quello stesso territorio, hanno lavorato almeno tre generazioni.

Adesso la ragazza è sola, con un figlio di dieci anni e con una imprevista particolarità: l’enorme fatica che prova nel mettere in mostra disperazione e dolore per la perdita della persona amata. Di fronte al grave dolore che l’ha colpita, Carolina non piange, perché non le viene naturale; non cede alle lacrime perché non ne sente la necessità; quando a colazione parla con il figlio del funerale, afferma che in fin dei conti è legittimo andarci ciascuno vestito nel modo che si ritiene più opportuno e non necessariamente indossando vestiti neri. In un appartamento sulla spiaggia vivono il padre di lui, Cesare e alcuni strettissimi amici.

A poco a poco vengono fuori le vicende che hanno segnato i rapporti tra il padre e i due figli, Mauro e Nicola: l’anziano Cesare ha la convinzione di essere stato lui, con il suo comportamento, a causare il decesso del figlio, e cerca in ogni modo di respingere questo dubbio. Da un lato Cesare e i suoi amici; poi all’interno dello stesso scenario ci sono Bruno, il figlio 11enne con il coetaneo Ciccio, impegnati a cercare di comprendere l’agire dei grandi; e c’è infine Carolina, la mamma all’apparenza priva di emozioni, che rivendica col figlio la libertà di non piangere. Tre livelli narrativi si sovrappongono e si intersecano: il racconto, partito in modo molto diretto, si spezzetta in molti frammenti ciascuno autonomo eppure di non poca intensità. Alla fine il peso di tutti i singoli momenti ricade su Carolina, che subisce «passivamente proprio l’indignazione degli altri e l’attenzione dei media, gente comune e autorità, sin dal giorno dell’incidente in fabbrica» (così Mastandrea nelle note di regia).

Forse l’aspetto più innovativo del racconto, quello che ne fa una pagina drammatica e autentica di attualità, è proprio nell’incontro tra il tono da favola triste e malinconica che serpeggia nella cittadina laziale e la presenza di un realismo acuto e pungente, quello che agita gli altri operai, che suscita il rammarico dei ricordi di Cesare e si chiude (ma in realtà si apre) con la didascalia finale dedicata «A chi resta». Così (grazie anche alla straniata, precisa presenza di Chiara Martegiani nel ruolo di Caterina), senza fare ricorso a ideologie né occasionali atti di accusa, Mastandrea dirige un film che è un incisivo atto d’accusa, di fronte al quale non si può far finta di non vedere.

 

3 dicembre 2018