Rilancio universale della Roma cristiana

La riflessione di monsignor Luigi Di  Liegro pubblicata su Roma Sette subito dopo l’elezione di Giovanni Paolo II al soglio pontificio

«Alla sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano, un vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto, con la sede di Pietro, una nazione che a questa sede di Roma è rimasta sempre fedele» (Discorso di Giovanni Paolo II nel giorno dell’inaugurazione del suo pontificato).

Nel recinto del Conclave, dopo l’elezione, il Papa stesso si era domandato «che cosa dirò ai romani quando mi presenterò davanti ad essi come il loro Vescovo, provenendo da «un Paese lontano», dalla Polonia? Mi è venuto allora in mente la figura di San Pietro. Ed ho pensato così: Quasi duemila anni fa anche i vostri avi hanno accettato un Nuovo Venuto; adesso quindi voi pure accoglierete un altro: accoglierete anche Giovanni Paolo II, come avete accolto una volta Pietro di Galilea» (dalle parole rivolte dal S. Padre durante la recita dell’Angelus di domenica scorsa).

I romani hanno accolto l’elezione di un Papa «non italiano» con una cordialità ed un entusiasmo quasi inaspettati. Tale accoglienza appare un fatto storico, se si pensa che molti secoli fa, il 9 gennaio 1522 i romani si mostrarono delusi e sdegnati per l’elezione di Adriano VI, un olandese, un «barbaro» sconosciuto. Forse non interessa qui approfondire le ragioni della differenza di comportamento della città di Roma di fronte a questo avvenimento. Merita, invece, sottolineare il fatto della profonda sintonia che si è manifestata tra la Chiesa locale, qual è quella rappresentata dal Conclave, che ha avuto il coraggio di emergere con ispirata saggezza al di sopra di un costume consolidato da una lunga esperienza, dimostrando di avere in sé un’immensa vitalità. Eleggendo un Papa polacco, i cardinali hanno fatto una scelta audace. Probabilmente siamo ad una svolta importante nella storia della Chiesa cattolica.

Alle soglie di un nuovo pontificato, i romani auspicano che questo sia il più lungo possibile, affinché possano maturare quei frutti che già si annunciano. Intanto il Papa comincia a dare alcuni segni dell’impronta che egli vuole dare al suo ministero di pastore: applicare il vaticano II, sviluppare la collegialità, conservare intatto il deposito della fede, salvaguardare, scongiurare le innovazioni liturgiche incontrollate, mettere fine allo scandalo delle divisioni tra i cristiani. Cosa di aspetta dalla sua diocesi, dalla sua città? L’ultima comunione di questa Chiesa locale con il suo Vescovo spinge legittimamente i romani ad interrogarsi sulle loro responsabilità per rendersi meglio disponibili e partecipi della missione del Papa nel mondo. Roma si presenta in modo più eclatante che mai come il cuore della cattolicità della Chiesa: è lei che accoglie come Vescovo il Pastore universale.

Alcuni interventi del Papa fanno sufficientemente intravedere come per la nostra Chiesa locale e per la nostra città si ponga un problema di dimensioni e di coscienza. Una Chiesa così, che con il volto di Wojtyla si presenta «senza paura» al mondo, sembra riserbare molte sorprese al «provincialismo» in cui è caduta la nostra città. Nel suo discorso al Collegio cardinalizio, dopo aver espresso la sua profonda gratitudine verso Paolo VI per il fatto di aver dato al sacro Collegio «una larga, internazionale, intercontinentale dimensione», Giovanni Paolo ha voluto fare notare come ciò metta in evidenza «l’universalità della Chiesa, ma anche l’aspetto universale dell’Urbe».

Nel discorso rivolto al Corpo Diplomatico il Papa ha voluto precisare alcuni aspetti del carattere universale della Chiesa e dell’Urbe. Parlando della salvaguardia dei diritti umani e ribadendo il ruolo del Papa al servizio del progresso umano, nel rispetto dell’autonomia delle competenze politiche, ha voluto far risaltare la posizione della città eterna in questo sforzo gigantesco che domina ormai l’orizzonte del 3° millennio della storia della Chiesa: «Se c’è un luogo in cui tutti i popoli devono affiancarsi nella pace e incontrare rispetto, simpatia, desiderio sincero della propria dignità, della propria felicità, del proprio progresso, questo è appunto nel cuore della Chiesa, attorno alla Sede Apostolica, stabilita per testimoniare la verità e l’amore del Cristo… Come cristiano e come Papa sarò il testimone di questo atteggiamento e dell’amore universale riservando a tutti la stessa benevolenza, specialmente a coloro che conoscono la prova».

La Chiesa locale di Roma avverte oggi, non senza emozione e trepidazione, il ruolo singolare e unico che essa ha nella costruzione del regno di Dio. Il declino della vocazione universale della Chiesa locale di Roma sembra che abbia coinciso con la perdita, da parte della città stessa di Roma, la città più prestigiosa ed universale dell’Occidente, della prerogativa di città mondiale. Una riscoperta della particolarissima funzione ecumenica della Chiesa locale è sentita oggi anche come esigenza di una trasformazione delle strutture cittadine, sinora condizionate dalla qualificazione di Roma come città capitale, al servizio, invece, di una città che deve ritornare ad essere città di dialogo a livello mondiale, città di relazioni e scambi a più ampi livelli. Roma deve ritornare ad essere la «communis patria», facendo leva sui valori «temporali positivi», come ha detto il Papa, sulla solidarietà, sui diritti primari dell’uomo, sulla pace, sulla cultura, sul dialogo tra le religioni, nel contesto delle massime aspirazioni. (Luigi Di Liegro)

12 novembre 1978