“Ritorno in Russia” di Solženicyn, grido contro l’eclissi dei valori

Nella poetica del grande scrittore, il senso profondo della tragica epoca che attraversò: una voragine di poteri marci finiti nel gulag, sogni di rinnovamento spezzati dalla cupidigia umana

Nell’estate del 1994, quando Aleksandr Isaevic Solženicyn, dopo vent’anni di esilio, prima in Germania, inizialmente accolto nella casa di Heinrich Boll (un gesto di straordinario significato lirico e storico), poi a Zurigo, quindi alla Stanford University, in una California nella molto più congeniale fredda e nevosa Cavendish, nel Vermont, finalmente ottenne il permesso di riveder le sue stelle siberiane, la prima cosa che fece fu quella di prendere il treno e, insieme alla moglie e al figlio, sprofondare nel Paese che più di ogni altro gli apparteneva: da Vladivostok fino a Mosca viaggiò per due mesi (dal 27 maggio al 21 luglio) in un vagone speciale agganciato al convoglio principale. Giunto nell’Estremo Oriente dove tanti anni prima era stato posto alla catena dal potere sovietico, dichiarò: «Mi inchino a questa terra di Kolyma nella quale sono sepolti centinaia di migliaia, se non milioni, di nostri compatrioti ingiustamente condannati». E poco più oltre: «Eppure le radici della nostra attuale rovina vengono proprio da lì». Come dire: solo se riusciremo a parlare in nome e per conto di quei morti potremo ricostruire la democrazia.

Una foto che lo ritrae nei giorni folgoranti del ritorno in patria, a cinquantacinque anni, la mano che stringe il sostegno ferroviario, la barba bianca e lunga, illustra come meglio non si potrebbe non solo la vita, anche la poetica del grande scrittore e il senso profondo della tragica epoca che attraversò: una voragine di poteri marci finiti nel gulag, sogni di rinnovamento spezzati dalla cupidigia umana. Riapriamo la prima pagina del suo racconto più bello, per me non Una giornata di Ivan Denisovic, che pure rivelò al mondo l’infamia della reclusione subita dai dissenzienti, bensì La casa di Matrjona, in cui resta inciso, a caratteri indelebili, il momento fatidico della scarcerazione, e leggiamo nella vecchia traduzione
di Vittorio Strada: «Volevo soltanto andare nella Russia centrale, dove l’afa non c’è e s’ode lo stormire del bosco. Volevo penetrare e perdermi nella Russia più vera, se mai essa ci fu».

È esattamente questa l’azione nella quale s’impegnò Solženicyn dopo il dorato, ma non meno crudele, esilio americano, che oggi noi possiamo rivivere in un volume prezioso curato da Sergio Repetti per Marsilio (pp. 234, 22 euro): Ritorno in Russia. Discorsi e conversazioni (1994–2008), con una commovente prefazione del figlio Ermolaj, che accompagnò il padre bramoso di parlare coi suoi compatrioti, ascoltare i problemi che gli esponevano e confidarsi con loro. Tanti sono gli spunti emersi dal libro come spuntoni di roccia nella tundra desolata: il conservatorismo atavico del popolo russo, l’inquietudine per i tempi nuovi, il pericolo del mercantilismo, le ferite sanguinose che derivano dalla perdita della fede religiosa, la cocciuta speranza nei confronti dei giovani, la propugnata inesausta fiducia verso il futuro; ma un intervento su tutti ci piace segnalare, quello intitolato Decadimento della cultura, il famoso discorso pronunciato a Mosca presso l’Accademia delle Scienze il 24 settembre 1997: un grido contro l’eclissi dei valori spirituali che sempre deriva dal trionfo dell’utilitarismo, nella denuncia ferma e decisa della decadenza dei capisaldi morali: in primo luogo il sentimento di compassione e il desiderio di soccorso ai deboli e agli indigenti.

10 febbraio 2020