A San Gelasio incontri e premiazione per “La pace ogni giorno”

I vincitori del concorso Caritas premiati dal foto reporter Mario Boccia. La testimonianza di due palestinesi del villaggio cooperativo Nevè Shalom

I vincitori del concorso indetto dalla Caritas premiati dal fotoreporter Mario Boccia. La testimonianza di due giovani palestinesi del villaggio cooperativo Nevè Shalom

La fotografia di Antonino Orlando “Preghiera”, grazie al voto della giuria tecnica, e lo scatto “Portami a casa”, di Masoud Ebrahimpur, favorito dalla giuria “popolare”, vincono la quarta edizione del concorso fotografico “La pace ogni giorno. Incontri”, organizzato dall’Area pace e mondialità della Caritas di Roma nella parrocchia di San Gelasio a Rebibbia. La Caritas diocesana, da settembre 2014, ha raccolto e selezionato 23 fotografie, che resteranno esposte nella parrocchia di via Corni fino a domenica 24 maggio.

«La pace ogni giorno – spiega Oliviero Bettinelli, responsabile dell’Area pace e mondialità della Caritas di Roma – significa pensarla non solo in occasione delle guerre, ma incontrarla in tante dinamiche. Quest’anno con la nostra mostra, rivolta soprattutto al mondo giovanile, ci chiediamo come si possa costruire la pace incontrando persone, luoghi, spazi, esperienze, professionalità. Gli ospiti di questa serata testimonieranno che la pace la si costruisce incontrando le situazioni e incontrando le persone in un percorso di libertà. È un’iniziativa di animazione e riflessione: usiamo la fotografia come uno dei linguaggi con cui ci si avvicina alla fragilità. L’obiettivo è seminare nella città segni di speranza. Di qui anche la scelta della parrocchia di San Gelasio, che raccoglie l’invito di Papa Francesco di andare verso le periferie».

Nel teatro parrocchiale due giovanissimi palestinesi, Ward e Sari, raccontano davanti a loro coetanei l’esperienza di vivere nel villaggio Nevè Shalom-Wahat as Salaam (in ebraico e in arabo “oasi di pace”). Un “villaggio cooperativo” fondato nel 1972 a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, abitato attualmente da 60 famiglie, metà ebree, metà palestinesi. «Siamo a Roma – raccontano in inglese – per fare un’esperienza di volontariato alla Caritas. Nel nostro villaggio israeliani e palestinesi hanno deciso di vivere insieme. Questo – spiegano, mentre sullo schermo vengono proiettate immagini del villaggio – è l’unico posto in Israele dove succede una cosa del genere. Abbiamo una scuola che insegna in entrambe le lingue ed entrambe le tradizioni. Indipendente, sostenuta da donazioni e supporto statale. Dovrebbe essere un modello per altre scuole. C’è un “Youth Center”, dove i giovani si incontrano e ricevono un’educazione a trasmettere valori di convivenza e dialogo. C’è una “Scuola di pace” per adulti». Sullo schermo appare un edificio a forma di uovo, protettivo, raccolto, incubatore di pace e tolleranza. È la “Casa del silenzio”, «un edificio – spiegano ancora i due ragazzi – che è insieme chiesa, moschea e sinagoga: per mostrare che tutti possono praticare la propria religione in pace. Il villaggio si allargherà fino ad ospitare 150 famiglie».

Mario Boccia, giornalista e fotoreporter freelance (ha lavorato in Mozambico, Ruanda, Eritrea, Guatemala), racconta come dalle macerie della guerra dei Balcani sia nata una cooperativa di donne che produce marmellate di lamponi: «Abbiamo chiamato la guerra in Bosnia “conflitto etnico”, ma è sbagliato. Su 4 milioni di abitanti, oltre la metà sono stati costretti a lasciare la propria casa sotto minaccia delle armi. È stata una guerra per conquistare terra e potere. La cultura dei combattenti è la negazione dell’altro. Non sono dei mostri, ma persone che in circostanze particolari si sono trasformati in assassini, drogati dalla propaganda nazionalista. Siamo sicuri di essere estranei a questa cultura?». La Cooperativa “Insieme” è nata nel 2003 a Bratunac, nel territorio di Srebrenica. Ha raccolto diverse famiglie di produttori di lamponi: erano appena dieci famiglie, ora ci lavorano 2.500 persone. «All’inizio erano all’80% donne – prosegue il fotogiornalista -, gli uomini di Srebrenica erano quasi tutti morti». Boccia ha contribuito alla Cooperativa raccogliendo fondi attraverso una campagna intitolata “L’imbroglio etnico”: «Non amo essere definito reporter di guerra – conclude -; preferisco che mi si chiami fotografo di lamponi».

È sempre l’interesse il nemico della pace, spiega premiando le fotografie vincitrici, monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma. «Le guerre etniche nei Balcani sono state innescate dall’interesse. La stessa politica dell’interesse colpisce però anche noi, quando i media selezionano la verità da diffondere. L’importante invece è ritrovare la verità dentro di noi. Davanti alla guerra si deve reagire subito, non chiudere gli occhi e ricordarle dopo anni: serve maggiore coscienza sui problemi dell’oggi».

Don Giuseppe Raciti, parroco di San Gelasio, spiega come la parrocchia di Rebibbia sia davvero il luogo giusto per ospitare la mostra fotografica: «Siamo felici che la Caritas abbia scelto la nostra comunità per questa iniziativa. Qui a San Gelasio la pace e la mondialità la viviamo tutti i giorni. La nostra parrocchia di periferia, dove vivono 7.500 abitanti, ha una grande presenza di immigrati. La maggior parte vivono nel quartiere antico di Rebibbia, in condizioni di disagio sociale spesso terribili. Offriamo il pranzo ogni giovedì, l’inverno invece una colazione calda. Ci sono immigrati dalla Tunisia, dall’Eritrea, dalla Romania, dall’Albania, dalla Bulgaria, dalla Polonia, ma anche cingalesi e rom, cossovari, indiani, peruviani. Durante la festa di San Gelasio organizziamo anche una cena multietnica, in cui ogni etnia prepara prodotti del proprio Paese e c’è una degustazione culinaria. Questo è pace e mondialità. Se la mondialità non diventa integrazione, non si raggiungerà mai la pace».

22 maggio 2015