San Giorgio al Velabro, la riapertura dopo l’attentato

Luglio 1996, la conclusione dei lavori di restauro nella chiesa con il vicegerente Ragonesi

Una vittoria, sotto qualunque aspetto si voglia considerare la vicenda della chiesa di San Giorgio al Velabro.

L’edificio era stato sventrato dallo scoppio di un’autobomba nella «notte dei fuochi» tra 27 e 28 luglio del 1993, quando altri due veicoli imbottiti di esplosivo avevano provocato a Milano una strage e a Roma danni gravi alla Basilica in Laterano e al Vicariato.

A tre anni di distanza, lo scorso sabato 6 luglio, finito il restauro la chiesa è stata riaperta al pubblico. L’inaugurazione del complesso architettonico è avvenuta alla presenza del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, di Monsignor Remigio Ragonesi, Vicegerente della Diocesi di Roma, e dei rappresentanti del Governo italiano.

Il senso della vittoria è nei commenti di chi ha partecipato alla cerimonia, anche in forma di similitudini. «è un simbolo continuo di una capacità di ripresa, di togliere le cose negative dentro e fuori di noi, sostituendole con i valori della ricostruzione», ha detto il presidente Scalfaro fuori dalla chiesa, dopo la cerimonia.

Invece, dentro, poco prima il cardinale Alfonso Maria Stickler, titolare del tempio cristiano alle pendici dell’Aventino e del Campidoglio, aveva tracciato un parallelo tra la chiesa e la figura di S. Giorgio, «invitto lottatore», «vincitore del male che è rappresentato dal drago». «Questo restauro – ha detto il porporato – assurge a simbolo di certezza che le rovine di tanta follia saranno restaurate».

Aggiungendo una riflessione: «Tutti sanno che questa è nota come chiesa di matrimoni e gli attentatori l’hanno scelta apposta per il loro criminoso delitto». Il restauro, allora, diventa «la vittoria del valore della famiglia». E la funzione «nuziale» di S. Giorgio al Velabro è confermata da padre Jan Henckens, rettore della chiesa, «al lavoro» già da quest’oggi. «Sono nozze d’argento – spiega – mentre le prossime tra giovani avverranno da settembre in poi».

è emersa dal discorso successivo, la voglia di riscatto: è il racconto di Monsignor Ragonesi, della sua «mattina dopo». Era arrivato davanti a un S. Giorgio al Velabro irriconoscibile, senza più il portico, con una breccia nel muro a lato del portale, la facciata scorticata e la devastazione dello scoppio intorno. «Gesto vandalico e sacrilego», l’attentato, e di contro «la sensibilità della gente», ha detto il Vicegerente. «E poi i volontari – conclude –, sono rimasto commosso nel vedere giovani, ragazzi raccogliere quei frammenti sotto il sole estivo, con una devozione così grande». (di Luigi Laloni)

14 luglio 1996