Sant’Egidio, l’impegno dei Giovani per la Pace nel tempo della pandemia

L’assemblea annuale: oltre 2mila ragazzi di tutta Europa collegati online con i romani, riuniti all’Istituto Massimo. Impagliazzo: «Costruire comunità solidali»

Al di là delle distanze geografiche – quest’anno accentuate dalla pandemia di coronavirus e dalle relative misure cautelative – ma, soprattutto, al di là dei pregiudizi e delle discriminazioni, i Giovani per la Pace, gruppo attivo a livello internazionale all’interno della Comunità di Sant’Egidio, hanno voluto lanciare un messaggio di speranza: “Più uniti che mai”. Sabato pomeriggio, 12 settembre, erano oltre 2mila, provenienti da tutta Europa e collegati on-line dai rispettivi Paesi, i giovani che hanno partecipato all’assemblea annuale, intitolata “Global Friendship. More United Than Ever”, che ha avuto luogo all’Auditorium dell’Istituto Massimo, nel quartiere Eur. In sala, studenti liceali e universitari romani; sul grande schermo posizionato sul palco, i 25 collegamenti da altrettante città d’Europa, da cui sono giunte alcune testimonianze sulla solidarietà vissuta nei mesi scorsi dai giovani del movimento, impegnati ogni giorno nelle periferie con i minori in difficoltà, i senza dimora e gli anziani soli.

Guardando in particolare ai mesi del lockdown, da Parigi Iphigeneie ha sottolineato come «fidandoci gli uni degli altri, insieme, abbiamo trovato modi nuovi per affrontare la sfida difficile della pandemia e siamo grati perché nella Comunità abbiamo sempre trovato stimoli e sostegno. Più di tutto, però, a darci forza sono stati i nostri amici più poveri e gli anziani, che cerchiamo di mettere sempre al centro, nell’amicizia». Ira, collegata da Berlino, si è detta incapace di comprendere «un mondo così caotico» nel quale «migliaia di persone manifestano contro le restrizioni per il Covid-19, chiedendo libertà ma pensando unicamente alla loro, senza preoccuparsi degli altri». La giovane volontaria tedesca ha detto di sognare «un mondo nel quale non esistono guerre e razzismo», manifestando la sua sofferenza per chi «costruisce muri nella propria testa e intorno a sé, senza capire che la gente ha bisogno dell’altra gente per vivere».

Peter, invece, in collegamento da Varsavia, ha raccontato della sua esperienza con i Giovani per la Pace, «nata 2 anni fa in un campo per rifugiati, in Malawi» e proseguita nel campo profughi di Moria, nell’isola di Lesbo, evacuato nei giorni scorsi in seguito a un incendio. «A breve diventerò padre – ha detto Peter – e l’idea che quei bambini che abbiamo aiutato vivano in certe condizioni, in quella che è una vera e propria prigione, mi fa male. Quei bambini hanno le stesse speranze di ogni bambino e desiderano conoscere e imparare per migliorare il loro futuro». Le parole del giovane volontario hanno provocato in sala una reazione spontanea: i presenti si sono alzati e hanno dedicato un lungo applauso ai profughi della Grecia, in segno di vicinanza e speranza.

L’ultima testimonianza è arrivata dall’Italia. Laura, connessa da Genova, ha raccontato l’esperienza della Scuola della pace che i giovani della Comunità di Sant’Egidio della zona hanno aperto «nei pressi del cantiere, dopo il crollo del ponte Morandi, in sostegno a tanti bambini della periferia della città». In particolare la giovane volontaria ha raccontato di un bambino immigrato, Amin, che riferendosi agli spazi allestiti dalla Comunità «ha parlato di un campo fiorito sebbene la scuola sorga in mezzo al cemento», a dire che, davvero, «possiamo coltivare spazi pieni di colore e di profumo di pace».

A chiudere l’assemblea annuale, che si sarebbe dovuta svolgere quest’anno ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, è stato Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. «Il tempo del Covid e della pandemia ci ha travolti in modo inaspettato, modificando i nostri progetti e cambiando le vite di tutti – ha detto -, aprendo la strada al virtuale che però ha cominciato a starci stretto, per questo è davvero bello poterci incontrare oggi, più uniti che mai, come recita lo slogan del nostro appuntamento». Impagliazzo, ringraziando i tanti giovani per il loro servizio e impegno, ha voluto lasciare loro «tre compiti urgenti per l’immediato futuro». In primo luogo è importante «guarire il mondo dalle tante patologie che lo affliggono, trovando strade nuove per salvarlo dall’inquinamento e dalla logica di chi crede che il mondo ci appartenga». Quindi, il riconoscimento di «una patologia altrettanto seria che affligge la nostra realtà, quella della violenza, che facilmente si trasforma in guerra». Da ultimo, il monito di Impagliazzo ai giovani affinché lottino quotidianamente «contro l’apartheid sociale», sentendosi «responsabili del dolore degli emarginati e della solitudine dei più anziani» laddove «troppo spesso molti politici sfruttano la paura per costruire comunità rancorose verso i più poveri» mentre «dobbiamo costruire comunità solidali con tutti».

14 settembre 2020