Scuola, la gioia preziosa del ritorno in classe

Obiettivi disattesi su docenti e spazi, la tentazione della rabbia e della paura, ma prevale lo sguardo positivo, dopo la prima settimana tra i banchi

Sono già passati dieci giorni di scuola. La situazione s’è normalizzata? Per niente. A fare l’ennesima lista dei problemi, delle incognite di questo anno scolastico che prova a rimettersi in moto, ci sarebbe da smettere di leggere (e di scrivere) all’istante. Anche a tenere un profilo basso, alcune questioni sono macroscopiche. Avevano promesso più insegnanti, per avere classi meno numerose e servivano più spazi, per avere condizioni in aula accettabili: a oggi entrambi gli obbiettivi sembrano essere stati disattesi. Eppure?

Eppure, mi viene in mente quell’apologo melenso che racconta la dimensione del dolore come un tappeto rovesciato: visto da quel punto di vista l’accozzaglia dei fili sembrerebbe un gran disordine ma voltando il tappeto si potrebbe godere della bellezza che c’era in realtà dall’altra parte. Ecco, siccome a me questa storiella m’è sembrata sempre una gran scemenza e un modo davvero stupido di raccontare il dolore, in questi giorni ho pensato che invece di stare a incaponirmi sulla nostalgia della parte bella del tappeto (che forse davvero non c’è) avrei dovuto fissare i singoli fili. E che ho visto?

Ho visto almeno due, tre espressioni luminose nel viso di qualche ragazza e qualche ragazzo, mi ricordo il luogo e l’ora, che basterebbero quelle. Ho ammirato l’educazione, la correttezza e lo sforzo di una seconda ricreazione dalle 11.45 alle 11.55, con in classe una temperatura torrida, in cui tutti sono rimasti seduti o al massimo sono usciti, uno alla volta, giusto per andare in bagno, senza un richiamo, senza un «ehi» qualunque da parte mia. Ho origliato una ragazza che confidava all’amica la paura di salire sull’autobus e l’altra che la istruiva ma allo stesso tempo la rassicurava come io non avrei saputo fare.

Ho visto i dosatori, le mascherine, i fazzoletti in ogni angolo della scuola, ma ho sentito dietro questi la mano di chi a scadenza di minuti ce li ha messi, li ha risistemati, li ha riforniti. Ho trovato le aule pulite, le ho ritrovate il giorno dopo ancora più pulite, so che le troverò anche domani pulite. E poi ho scartabellato gli orari, i piani di ogni tipo, le circolari, le sostituzioni, le planimetrie, ore e ore che non finiscono sui giornali ma che si vedono per i corridoi della mia scuola e sui volti stanchi di chi c’ha messo mano.

Un po’ come un senso di colpa, a un certo punto della settimana mi sono trovato confidare ad alcune persone a me care questo pensiero: «Comunque amici, la prima settimana m’ha sfatto, ma io sono contento. Quasi mi vergogno a dirlo, perché i problemi sono tanti, ma camminare per i corridoi m’ha rimesso al mondo». Mentre scrivo adesso, penso a questo oscillare interiore collettivo, tra le complessità e le incognite evidenti e la nostalgia di un luogo come la scuola che ora ci pare così prezioso e che per anni avevamo dato per scontato. La tentazione della rabbia, della paura, della disillusione è più che legittima. Ma che questa non ci sottragga la contentezza e sì, scandalo a dirsi, la gioia preziosa di tornare a essere comunità.

23 settembre 2020