Sei donne con bambini, dall’Ucraina a Castel di Leva

Sono ospiti nella casa delle Figlie della Madonna del Divino Amore. Ludmilla: la madre e la sorella in Russia «non credono ai miei racconti. Neanche una telefonata per sapere se fossimo ancora vivi»

«Perché questo orrore? Quanto accaduto a Bucha è di una crudeltà che non si può definire. Perché infierire sui civili? Ci stanno uccidendo e noi non sappiamo neanche i motivi di questa guerra». Le famiglie ospitate dalla congregazione Figlie della Madonna del Divino Amore, a Castel di Leva, sanno bene che le loro domande non troveranno risposta, eppure continuano a chiedere «come può un essere umano dare prova di tanta ferocia?». L’istituto religioso, in accordo con la Caritas di Roma, ha accolto sei mamme, cinque delle quali hanno raggiunto l’Italia con il più piccolo dei loro figli, una invece ne ha due. Suor Maria Donatella, economa generale, spiega che i «lavori fatti recentemente si sono rivelati provvidenziali. È dalla seconda guerra mondiale che non accoglievamo rifugiati di guerra. Ora vorremmo ottenere le autorizzazioni per ospitare minori non accompagnati nella nostra casa famiglia».

Tatiana, a Roma con Yaroslav, di 9 anni, racconta della fuga «senza meta né punti di riferimento verso la Moldavia». Non voleva lasciare il suo Paese e gli altri due figli ma «è stata una scelta obbligata per salvare il più piccolo. Dopo i primi bombardamenti ci siamo nascosti in cantina. Yaroslav non riusciva a dormire, era spaventato, dopo qualche giorno non voleva più stare nel nascondiglio. Mi ha detto che non voleva vivere nella paura, preferiva morire». Tatiana ha quindi affrontato il viaggio con la cognata Ludmilla e il nipote di 8 anni. Oltre allo smarrimento per quanto accaduto in pochissimi giorni e ai timori per il marito rimasto in Ucraina, Ludmilla è «turbata» da un’altra battaglia personale che sta combattendo nella sua famiglia. La mamma e la sorella vivono in Russia «e non credono ai miei racconti – dice -. Non volevano che lasciassi l’Ucraina. Mi hanno detto che i soldati russi sarebbero venuti a salvarci dall’esercito nazista ucraino. In queste settimane ho ricevuto tanto affetto e attenzioni da persone estranee mentre dalla mia famiglia neanche una telefonata per sapere se fossimo ancora vivi».

Nella tappa in Romania, le due donne hanno conosciuto Oleana, mamma di un bimbo di 6 anni. Viveva ad Odessa e «all’alba del 24 febbraio, quando ci sono stati i primi bombardamenti, lui dormiva, ignaro di quanto accadeva – racconta -. Di lì a poco abbiamo raggiunto la casa in campagna. Solo in Italia, quando ha conosciuto i bambini provenienti da Mariupol e ha ascoltato i loro racconti, ha cominciato ad avere paura e mi ha chiesto se la nostra casa c’è ancora». Nel giardino della Congregazione i bambini giocano felici «ma in un attimo la loro gioia può tramutarsi in paura – prosegue Oleana -. Quando passa un aereo corrono a ripararsi».

Lilia è arrivata il 5 marzo con la figlia Kateryna di 18 anni. «A gennaio c’era il sentore che stesse per accadere qualcosa – dice -. Non volevo credere a chi parlava di una possibile guerra ma per precauzione ho sistemato vicino alla porta di casa una valigia, i documenti e del denaro». Evita di telefonare agli amici e ai parenti rimasti in Ucraina, teme di ricevere cattive notizie. «Controllo sempre su Whatsapp a quando risale l’ultimo accesso – afferma -. È un modo per sapere che sono ancora vivi». Kateryna mantiene i rapporti con i compagni di scuola e i professori grazie alle lezioni online. «Non hanno il tempo di raccontare cosa accade in Ucraina – spiega -. Le sirene suonano continuamente e nei pochi momenti di tregua si cerca solo di andare avanti con il programma».

Le donne sono «molto grate per tutto l’aiuto ricevuto. I bambini – dicono – hanno un posto dove dormire, possono riacquistare serenità» e chiedono all’Europa «di non lasciare sola l’Ucraina. Il nostro popolo ha bisogno di aiuto, non vogliamo altre Mariupol e Bucha». Per il disbrigo di pratiche burocratiche e per altre necessità, le donne sono affiancate dalla tutor della Caritas diocesana Susanna Sansone. «È importante ascoltarle e far comprendere loro che non sono sole» dice, mentre Magdalena, volontaria Caritas, si è offerta in qualità di mediatrice culturale. «In questo momento drammatico – afferma – ognuno deve fare la sua parte».

19 aprile 2022