“Si vive una volta sola”, Verdone punta su amicizia e fragilità

La pellicola del regista romana presentata nei giorni scorsi, anche se l’uscita è rimandata in seguito all’emergenza coronavirus. La scelta del tema dell’amicizia

Umberto Gastaldi, primario chirurgo, lavora a Roma con un’équipe molto affiatata composta dall’assistente Corrado Pezzella, dalla strumentista Lucia Santilli e dall’anestesista Amedeo Lasalandra. Tra i quattro c’è un rapporto cementato dall’amicizia e dall’abitudine a fare scherzi anche pesanti nei confronti di uno di loro… È questa la situazione di partenza di “Si vive una volta sola”, il nuovo film di Carlo Verdone, presentato nei giorni scorsi ma la cui uscita è stata rinviata in seguito all’emergenza coronavirus che ha svuotato le sale cinematografiche.

Siamo di fronte a cifre tonde e Verdone lo ricorda subito in avvio di conferenza stampa: sono infatti passati quaranta anni da “Un sacco bello” (1980), film d’esordio di un giovane regista italiano in un momento in cui – lo si ricorderà – sembrava affermarsi sul grande schermo una forma “mista” di cinema che mescolava grande e piccolo schermo (Troisi, Nuti, Benigni). Ognuno di questi nomi avrebbe in seguito preso strade diverse, che per Verdone si sono tradotte in 27 film come regista e in una quarantina di interpretazioni come attore. E soprattutto in una crescente capacità di intuire formule narrative di grande apprezzamento e di sicuro successo presso il pubblico.

Anche in questa sua nuova proposta Verdone si mette in gioco come regista e come attore, «Il film – spiega il popolare artista romano – rappresenta per me una piacevole novità. Negli ultimi infatti le storie erano per lo più incentrate sui rapporti a due e quindi avevo voglia di tornare a un racconto con una dinamica più collettiva e corale, a una vicenda in cui al centro ci fosse un gruppo di persone con le loro fragilità e le loro contraddizioni». E allora ecco Verdone nei panni di Umberto, chirurgo affermato, legato al suo gruppo di collaboratori da un’amicizia salda e convinta, occasione per divertimenti feroci. In realtà si creano situazioni che rimandano quasi inevitabilmente agli “Amici miei” di monicelliana memoria. E qui, ricordando che all’origine c’era la verve cattiva e un po’ malinconica di Pietro Germi, la tristezza nascosta dietro la risata iniziale procura qualche inatteso problema a Umberto e ai suoi sodali, che sono tutti, chi più chi meno, alle prese con non pochi problemi esistenziali (il rapporto di Umberto con la figlia Tina; la gestione delle precarie situazioni di coppia degli altri).

Ne esce la rappresentazione di un terzetto che sembra volersi fare beffe del quarto (non diciamo quale…) alzando in ogni momento il tiro dell’improvvisata, della insolita sorpresa, per tornare subito alla sede più opportuna di una vacanza tanto gradita quanto imprevista, con location affidate a splendidi panorami. Forse Verdone, in vista dei settanta anni, sceglie di concentrarsi intorno all’amicizia, accostando quasi di sfuggita certe altre situazioni dalle quali in passato il protagonista si allontanava di gran carriera. Alla fine bisogna fare quadrato su un valore sicuro e trarne tutti i vantaggi possibili. Prevale – ha ragione Verdone – il quadro corale, egregiamente restituito da quelli che dividono con lui le sorti di questa ennesima avventura: Max Tortora, Rocco Papaleo, Anna Foglietta. Maschere che accompagnano la vicenda sulle ali di una dinamica leggerezza. Brillanti e divertenti.

2 marzo 2020