Siria, i cristiani prudenti sulla morte di Al-Baghdadi

Da Idlib a Hassaké, passando per Aleppo e Qamishili, la di trovarsi di nuovo davanti a una fake news. La certezza che non è morta la mentalità dello Stato islamico

Prudenza e cautela: è con questo atteggiamento che le comunità cristiane del nordest siriano e quelle della zona di Idlib, nordovest della Siria, dove si trovava l’ultimo rifugio del Califfo, hanno accolto la notizia della morte di Al-Baghdadi, avvenuta tra il 26 e 27 ottobre, per opera delle Forze speciali americane. Tutti praticamente d’accordo nel sostenere che «potremmo trovarci di fronte all’ennesima falsa notizia. Quindi meglio attendere e vedere gli sviluppi di questa vicenda» che non lascia del tutto tranquilli i cristiani di queste aree della Siria.

Mentalità da estirpare. «Siamo coscienti – spiegano all’Agenzia Sir alcune fonti locali che vogliono restare anonime – che la mentalità dello Stato islamico è diffusa e difficile da estirpare». È anche per questo motivo che «non ci sono state particolari reazioni appena si è sparsa la notizia del raid americano. Al-Baghdadi – dice il parroco armeno-cattolico di Qamishli, città siriana al confine con la Turchia, padre Antonio Ayvazian – lo hanno dato per morto già quattro volte. Notizie ogni volta smentite. Tutti sapevano che era vivo. Tra la gente di qui, non solo cristiani, è diffusa l’idea che siamo davanti all’ennesima fake news. I primi a non credere alla morte del califfo – aggiunge il parroco, che è anche responsabile della comunità armeno-cattolica dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord – sono gli stessi russi di stanza qui. Secondo loro, infatti, i radar e gli aerei di ricognizione non avrebbero segnalato nessuna azione militare aerea nella regione nella notte tra il 26 e il 27 ottobre. Comunque vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà. Se Al-Baghdadi è morto, di certo non lo è la mentalità dello Stato islamico». Per quanto riguarda l’accordo Turchia-Russia, padre Ayvazian racconta che nella zona di confine la situazione è di relativa calma. Il confine è pattugliato dall’esercito siriano che ha istituito anche dei posti di polizia. Quando c’è qualche problema con l’esercito turco, intervengono pattuglie russe che agiscono da forza di interposizione, separando i belligeranti». A Qamishli, poi, «i quartieri curdi sono tornati a essere abitati dopo che per l’offensiva turca molti degli abitanti erano fuggiti. Mancano all’appello ancora diverse famiglie cristiane che sono fuggite, molte ad Aleppo, ma lentamente stanno tornando nei loro villaggi». «Non sarà certo Al-Baghdadi a determinare le sorti della Siria. Queste sono in mano a grandi potenze come Russia, Turchia, Usa», dichiara da Aleppo l’arcivescovo greco melkita Jean-Clement Jeanbart. «La fine di Al-Baghdadi  – afferma – forse potrà dare qualche sollievo ai cristiani che non si sentiranno più minacciati dal Califfo. Ma c’è una mentalità estremista che deve essere fronteggiata con le armi della formazione e dell’istruzione. La speranza delle nostre comunità potrà trovare conforto solo nella convivenza e nella tolleranza. La strada è lunga e va percorsa».

Idlib e Hassaké. Calma piatta, «come prima di una tempesta», è l’aria che si respira nella zona di Idlib, ancora in mano ai ribelli e jihadisti. «Cerchiamo di vivere come possiamo. In questo periodo i nostri cristiani locali sono dediti alla raccolta delle olive – raccontano le fonti locali -. Ci sono sempre dei problemi ma riusciamo a conviverci. Andiamo avanti e preghiamo perché torni la pace anche in questa area dove la tensione resta altissima». La morte di Al- Baghdadi non fuga i timori per un ritorno del jihadismo. Monsignor Nidal Thomas, rappresentante episcopale della Chiesa caldea ad Hassaké, ne è certo: «È purtroppo un’eventualità con la quale dobbiamo fare i conti – afferma ad Acs, Aiuto alla Chiesa che soffre -. Molti degli uomini di Isis sarebbero ora riuniti nell’Esercito libero siriano che è entrato nella regione di Ras al-Ain. Almeno trecento cristiani hanno lasciato le città di Ras al-Ain, Derbasiyah, Tall Tamr e una parte di al-Malikiyah e temiamo che se gli scontri proseguiranno, un esodo perfino maggiore di fedeli potrebbe interessare anche Qamishli». Da qui la richiesta di aiuto alla comunità internazionale: «Noi cristiani siamo il popolo che più ha sofferto a causa di questo interminabile conflitto. Siamo l’anello debole, perché vogliamo vivere in pace e rifiutiamo la guerra. Due terzi dei cristiani hanno lasciato il Paese e il restante terzo rischia di non sopravvivere. E nel frattempo i Paesi occidentali si scontrano tra loro per spartirsi la Siria, ridotta in ginocchio anche a causa delle sanzioni internazionali». (Daniele Rocchi)

29 ottobre 2019