Siria, la preghiera per «vincere la tentazione della guerra»

A Santa Maria in Domnica veglia con il procuratore della Chiesa armena cattolica Dankaye. Haddad (S. Maria in Cosmedin): «I cristiani, presenza di pace»

A Santa Maria in Domnica la veglia con il procuratore della Chiesa armena cattolica padre Dankaye. Haddad (S. Maria in Cosmedin): «I cristiani, presenza di pace»

Un canto della comunità orientale introduce la veglia di preghiera per la pace in Siria e In Iraq sotto lo sguardo della Vergine Maria raffigurato nel mosaico absidale della chiesa di Santa Maria in Domnica, a Roma. Una veglia per «vincere la tentazione della guerra», ha detto padre Giorgio Dankaye, procuratore della Chiesa armena cattolica presso la Santa Sede. «Per questo è necessaria la preghiera. Speriamo che questa sia la penultima veglia e che la prossima sia per ringraziare il Signore per la fine di questo momento così terribile». A promuovere questo incontro il Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese e l’ufficio per la pastorale delle migrazioni della diocesi di Roma.

«Ad Aleppo – racconta padre Dankaye – si vive in condizioni difficili: non c’è acqua, né corrente. Si sta senza lavarsi anche per settimane e i bambini vanno a prendere i bidoni d’acqua: il bene più prezioso che c’è. Quando i miei familiari mi chiamano dicono sempre: “Tutto bene, grazie a Dio”. Il loro cuore non perde la grande speranza. Invece chi vive nelle comodità spesso è triste perché è lontano da Dio. Chi non ha nulla riscopre il senso vero della vita. Le parole del Vangelo diventano vita. In Siria i migliori commentatori della Scrittura non sono i biblisti né i teologi, ma la gente semplice che trasforma le parole in azioni». E avverte: «la guerra più pericolosa è quella mediatica. Attenzione a non cadere nella tentazione di usare l’espressione “guerra di religione”. È sbagliata. Bisogna parlare di ideologie».

In chiesa, nei primi banchi, molti ragazzi della comunità parrocchiale di Santa Maria in Domnica animano la preghiera con dei canti, alternandosi con la comunità orientale. «È necessaria – ha ribadito Mtanios Haddad, procuratore patriarca melchita e rettore della basilica di Santa Maria in Cosmedin – una conversione del cuore dei governanti. Questo vuol dire seguire la pace e la giustizia. Un cambiamento che tocchi i cuori affinché non si diventi complici di chi promuove l’ingiustizia, la sofferenza e la distruzione». «I cristiani – precisa – sono una presenza di pace in Medioriente. Per questo sono i nemici da abbattere e vengono perseguitati. C’erano chiese dove cristiani e musulmani pregavano insieme. Si vogliono minare questi ponti. Ma non solo. Si vuole scatenare una guerra civile tra i musulmani, sciiti e sunniti. E non dimentichiamo che ci sono anche delle responsabilità degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che la misericordia non uccide, ma accetta l’altro».

Nell’introdurre la veglia il vescovo Matteo Zuppi, ausiliare per il settore Centro, sottolinea come la preghiera deve essere insistente. «Spesso desistiamo», ha sottolineato. Invece, «dobbiamo essere vicini ai nostri fratelli cristiani. Pregare vuol dire ribellarsi alla logica del male e non accontentarsi. È un’aspirazione profonda». Per questo bisogna opporsi alla guerra «che rende tutti forestieri, spogliati di ogni abito». È necessario «chiedere con insistenza il dono della pace – ha ribadito il presule – e non aspettare le tragedie, come quella del piccolo Aylan, il bambino affiorato a pelo d’acqua nell’isola greca di Farmakonisi».

In questo incontro, in cui canto, preghiera e testimonianza si fondono, nel silenzio, rimbombano i numeri di questa tragedia. Sono 50 i Paesi cristiani vittime di violenze. Dal novembre 2013 all’ottobre 2014 i cristiani uccisi per ragioni legate alla fede sono stati 4.344; 1.062 le chiese attaccate per la stessa ragione, 1062. Dati sensibilmente aumentati ad oggi. Una preghiera accorata anche per i cristiani rapiti come il geuista romano Paolo Dall’Oglio o come padre Jacques Murad, Michel Kayyal, Maher Mahfouz. E i vescovi, il siriano Mar Gregorios Ibrahim e il greco–ortodosso Boulos Yazigi. «Bisogna continuare a ricordare – ribadisce monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio per la pastorale delle migrazioni della diocesi di Roma. È necessario anche avere un orecchio pronto all’ascolto. Le testimonianze che arrivano da queste terre devono toccare i cuori e guidare l’agire di ognuno di noi».

8 ottobre 2015