Le proteste in Bolivia sono iniziate subito dopo il primo turno della presidenziali, svoltosi il 20 ottobre, che ha visto la vittoria del presidente Evo Morales, al quarto mandato. Il secondo turno è in programma il 14 dicembre. La Chiesa boliviana ha chiesto un ballottaggio, che non c’è stato. «I dati delle elezioni sono cambiati inspiegabilmente e i brogli sono stati riconosciuti dagli osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani e da numerose realtà della società civile». A parlare è il vescovo Eugenio Coter, fidei donum bergamasco e vicario apostolico di Pando, nel nord della Bolivia. Il presule, da 28 anni nel Paese, reduce dai lavori del Sinodo per l’Amazzonia, parla delle tensioni e degli scontri degli ultimi giorni a Santa Cruz, La Paz e Cochabamba. «Il futuro della Bolivia – dice – si sta giocando in queste ore nelle strade. La tensione aumenterà: per ora ci sono solo 30 feriti ma temo che presto ci saranno morti e il presidente Morales decreterà lo stato d’emergenza per sei mesi, con i militari nelle strade. Un copione già visto – commenta -. Rischiamo di diventare la brutta copia del Venezuela, perché l’economia boliviana non è più sostenibile».

Morales, riferisce il vescovo, ha una base agguerrita: «Uno zoccolo duro che rappresenta il 34% della popolazione e manifesta armato di bastoni». Scelgono di non vedere le colpe del suo governo, a cominciare dalle scelte economiche, che hanno avuto ricadute negative sulla popolazione. «Nel 2006 eravamo il quinto Paese al mondo produttore di soia, quest’anno abbiamo cominciato ad importarla – rende noto Coter -. Stiamo comprando all’estero 700 milioni di alimenti al mese e siamo indebitati con la Cina. Non ci sono imprese che generano economia, le riserve di gas sono finite. È un peccato, perché in lui erano riposte tante speranze, ma ha tradito il progetto Paese».

Una crisi, quella della Bolivia, che produce esasperazione e violenza. Monsignor Coter, che in passato ha lavorato nella mediazione dei conflitti a Cochabamba, sostiene che durante questi anni ci siano stati «oltre 100 morti, più che con il precedente presidente. E 1.200 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato politico all’estero». Ora, conclude, «il rischio è che la gente usi violenza e si arrivi a uno scontro più forte, perché è la seconda volta che si truffa sui voti».

30 ottobre 2019