Tiburtina e migranti: da uno sgombero all’altro, aspettando un hub

In strada ancora 70 persone. Con loro i volontari di Baobab e parrocchie vicine. Dal Comune la promessa di una struttura d’accoglienza

Dopo l’ultimo intervento della polizia, in strada ancora 70 persone. Con loro i volontari di Baobab e parrocchie vicine. Dal Comune la promessa di una struttura d’accoglienza

Giornate intere trascorse su un marciapiede, in piedi o seduti per terra, i più fortunati su una panchina, senza una sedia, un posto dove ripararsi, alcun genere di prima necessità, senza un bagno. Il tempo scandito solo dall’arrivo dei pasti: la colazione, il pranzo, la cena. Gli occhi che brillano al dono di un indumento e poco importa se si tratti di una sciarpa o di un cappello. Questa la vita degli immigrati che dalla fine di settembre sono radunati nel piazzale Spadolini, lato est della stazione Tiburtina. Assistiti dai volontari dell’associazione Baobab, erano 200 fino alla mattina di lunedì 7 settembre. Uomini e donne di ogni età: eritrei, somali, sudanesi e del Ciad. Ieri pomeriggio, 8 novembre, dopo l’ennesimo sgombero, erano una settantina. «La nostra speranza è che quelli che oggi non ci sono siano stati ospitati in centri di accoglienza» afferma Davide Iaccarino, 22 anni, originario di Salerno, a Roma per motivi di studio e volontario dell’associazione Baobab dall’estate 2015. L’associazione si occupa in modo particolare degli immigrati in transito, vale a dire coloro che sono in Italia di passaggio ma che hanno come meta finale altri Stati europei come Francia e Germania. La maggior parte di loro è arrivata a piazzale Spadolini dopo aver lasciato volontariamente le strutture di accoglienza del sud Italia. «Si tratta di strutture al momento in pessime condizioni a causa dell’alto numero di immigrati in arrivo nel nostro Paese» spiega Davide, che fino al 2015 non aveva mai fatto volontariato. Ha conosciuto l’associazione Baobab quasi per caso e ha deciso di offrire il suo tempo. «Da allora – afferma – non riesco a non interessarmi di queste persone perché sento che è necessario il contributo di tutti noi fino a quando non sarà individuata una soluzione che al momento sembra lontana».

Se per i turisti di tutto il mondo Roma è sinonimo di Colosseo, piazza di Spagna e piazza San Pietro, per gli eritrei Roma è la stazione Tiburtina. Molugheta, eritreo in Italia dal 2003, mediatore culturale di Baobab, spiega che in Libia «in un magazzino del centro di raccolta dove i trafficanti radunano gli immigrati per farli partire, dopo aver intascato la cifra pattuita per il viaggio, c’è un muro con una grande scritta: “Se arriviamo vivi, ci vediamo a Roma Tiburtina”. Per tutti Roma è solo la stazione Tiburtina, è scritto anche in alcuni fumetti». Da settembre gli immigrati sono stati sgomberati più volte da un luogo all’altro della città. «Non si contano più – prosegue Davide -; fino al 30 settembre erano in via Cupa 5 dove gli immigrati hanno lasciato le loro valigie con tutti gli effetti personali dopo essere stati allontanati. Potremo recuperarle solo venerdì prossimo perché siamo riusciti ad affittare un furgone e un box dove sistemarle. Non ci è permesso mettere tende, gazebi o qualcosa per ripararsi dalla pioggia».

A offrire i pasti sono spesso anche i volontari della vicina parrocchia San Romano Martire guidata da don Marco Fibbi. Il parroco spiega che se da un lato non si può rimanere indifferenti all’estremo disagio che stanno vivendo queste persone, dall’altro bisogna analizzare bene la situazione, compresa quella dei clochard che la sera affollano il lato ovest della stazione, molti dei quali italiani, seguiti sempre dalla parrocchia. «Non possiamo assolutamente voltarci dall’altra parte e se ci sono persone che hanno bisogno di aiuto, di nutrirsi, ci siamo e rispettiamo tutti, soprattutto i più esclusi – spiega don Marco -. Se molti genitori si vedono costretti a far affrontare un terribile viaggio in mare ai propri figli, anche minorenni, significa che la situazione al di là del Mediterraneo è drammatica».

Molugheta a tal proposito sottolinea che rispetto a quando è partito lui 13 anni fa «la situazione in Eritrea è peggiorata tanto. Per tutti è finita la speranza di un futuro sereno nel proprio paese». Sono migliaia quelli che ogni giorno partono per raggiungere l’Europa. «Noi però possiamo offrire solo un’assistenza parziale – aggiunge don Marco -. Varie realtà, come ad esempio la Caritas, hanno predisposto un percorso di inserimento di cui tutti sono a conoscenza, grazie anche ai mediatori culturali, ma molti non intendono aderirvi perché proiettati all’estero. Noi vogliamo rispettare le regole europee pur assecondando il desiderio di umanità e accoglienza al quale ci spinge il Vangelo. Per il vero bene di queste persone è necessario seguire i canali di collaborazione con le istituzioni. La Chiesa di fatto non può fornire loro i documenti, così come le forze dell’ordine non posso fingere di non vedere aree occupate. Devono fare il loro lavoro e intervenire». Stesso discorso vale per i senza fissa dimora che la sera si ritrovano davanti alla stazione. «Facciamo quello che possiamo – prosegue don Marco -, portiamo loro da mangiare, qualche coperta, ma sono stanziali abituati all’assistenza per sussistenza, che non aderiscono a nessun progetto di recupero e li ritroviamo in stazione anno dopo anno».

I volontari di Baobab hanno lanciato delle proposte alle istituzioni, come per esempio l’uso dell’ex centro ittiologico, attualmente in stato di abbandono, di proprietà della Regione Lazio e del Comune. «La Regione era sembrata più o meno disponibile, è dagli altri enti che non riceviamo nessuna risposta. Il 12 settembre, al termine di un lungo tavolo di trattative con l’assessore Baldassarre, ci era stato detto che ci volevano 45 giorni per creare una tensostruttura. I 45 giorni sono passati abbondantemente e non è stata creata nessuna struttura». L’assessore capitolino alla Persona Laura Baldassarre si affida al suo profilo Facebook per spiegare che questa settimana «sono previsti gli ultimi sopralluoghi nelle aree per la realizzazione di un hub e di una struttura che accolga i migranti che transitano a Roma. L’amministrazione capitolina sta utilizzando tutti i posti disponibili per l’accoglienza di questi migranti, inoltre anche loro potranno a breve usufruire, come gli altri, delle misure previste dal piano freddo, operativo dal 1° dicembre, al quale sono stati destinati ulteriori 250mila euro rispetto a quelli già previsti. Il sistema dell’accoglienza a Roma va ripensato – conclude l’assessore -, lo stiamo facendo lavorando in rete con le altre istituzioni competenti e valorizzando il ruolo positivo espresso in questi anni da associazioni e cittadini. Ognuno deve fare la propria parte nel rispetto della legalità».

9 novembre 2016