Torna “Pierrette”, un classico di Balzac

Nell’attacco del libro, compreso nella grande serie delle “Scene della vita di provincia”, il passo inconfondibile della narrativa ottocentesca

«Nell’ottobre del 1827, all’alba, un giovinetto di circa sedici anni, il cui abbigliamento lo rivelava per quello che la fraseologia moderna chiama con tanta insolenza un proletario, si fermò in una piccola piazza nella parte bassa di Provins»: comincia così Pierrette, il romanzo di Honoré de Balzac riproposto da Sellerio, a cura di Pierluigi Pellini, con l’aggiornata traduzione di Francesco Monciatti (pp. 387, 14 euro).

Sentiamo già in quest’attacco il passo inconfondibile della narrativa ottocentesca: riferimento in terza persona, inquadratura centrale, sguardo onnisciente, il personaggio alle prese col destino che gli sta di fronte come un muro, il territorio preciso, riconoscibile anche geograficamente.

Si tratta di un classico della letteratura francese compreso nella grande serie delle Scene della vita di provincia, all’interno del trittico dei Célibataires, inizialmente pubblicato, come tanti simili capolavori balzachiani, su rivista (il giornale “Le Siècle”) nel gennaio del 1840, quando l’autore, nel pieno della sua attività, aveva 39 anni e lavorava in modo forsennato anche di notte quasi sentisse il tempo venirgli meno.

È la storia di un’orfana, adottata dai cugini, ricchi possidenti, i quali la sottomettono, la maltrattano, la mortificano, non hanno pietà, fino al punto di soffocare in lei perfino l’amore puro e disinteressato che nutre nei confronti del giovane Brigaut, l’unico a tenerla sempre nel cuore, anche dopo la sua precoce scomparsa, quando diventerà ufficiale dell’esercito e parteciperà da comandante di battaglione alla spedizione di Algeri, sullo sfondo della Restaurazione.

Il ritratto della cittadina della Champagne che fa da quinta scenografica al melodramma, le belle case sui viali di tigli, il fiume che divide la parte bassa da quella alta, i giardini fioriti dietro ai cancelletti ermeticamente chiusi, è davvero spietato, privo di qualsiasi via di fuga o lusinga, così come l’aspro giudizio nei confronti dell’apparato giuridico che, specialmente verso la fine del romanzo, assomiglia a una specie di macchietta coi giudici trasformati in orribili maschere.

Tuttavia la figura di Pierrette, indimenticabile fanciulla malata, lungi dal configurarsi quale innocente vittima sacrificale, sta dentro l’atrofia collettiva senza riuscire a contrapporsi alla fatale congiura, né ritagliarsi un proprio spazio, il che consente allo scrittore una paradossale superiore libertà inventiva lasciando filtrare in quest’opera, pure meno intensa e compiuta rispetto ad altri risultati come Eugenia Grandet o Papà Goriot, una radicale sfiducia nei confronti del genere umano, peraltro sentenziata nel finale, in grado di confermare la dimensione antifrastica del titolo generale, “Comédie humaine”, rispetto al capolavoro dantesco: «Diciamocelo in tutta franchezza: per le furfanterie sociali, la Legalità sarebbe una bella cosa, se Dio non esistesse».