Tra Russia e Ucraina una tensione «che parte da lontano»

Tiberio Graziani, esperto di geopolitica ed economia internazionale, fa il punto sulla crisi in atto. «In questo momento una guerra non conviene a nessuno dei soggetti coinvolti». L'opzione «dimenticata» della neutralità e la questione commerciale. Il ruolo della comunicazione

Nella tensione tra Russia e Ucraina, «che parte da lontano ma che nelle ultime settimane ha raggiunto risvolti drammatici», c’è «un’opzione dimenticata, che nessun esponente politico né alcuno statista ha proposto: quella della neutralità». A dirlo è Tiberio Graziani, esperto di geopolitica ed economia internazionale, presidente di Vision and Global Trends-International Institute for Global Analyses, piattaforma internazionale impegnata a promuovere il dialogo tra le civiltà e a monitorare le dinamiche legate ai processi di globalizzazione. L’esperto – fondatore e presidente di IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e della rivista Geopolitica, oltre che commentatore di tematiche internazionali per Il Sole 24 Ore, Sky Tg 24, La Voce della Russia, Radio Vaticana, Rai 1 e Class News – evidenzia che «se non è possibile parlare di pace, via auspicata a gran voce da Papa Francesco», è sempre possibile «costruire percorsi e compiere azioni per fare in modo che eventi drammatici non avvengano» e dovrebbero essere «Kiev e l’Ucraina stessa, per mezzo di qualche figura autorevole, a proporre questo scenario alternativo, riprendendo le parole di pace del Santo Padre», dato che «i veri contendenti coinvolti in questa situazione – Russia, Usa e Nato – si sono spinti troppo in là con le parole e con i fatti e nessuno è disposto a fare un passo indietro. Si è giunti ad uno stallo e quello in atto è un dialogo tra sordi».

Graziani spiega che «in questo momento una guerra non conviene a nessuno dei soggetti politici coinvolti, sebbene questo sia un ragionamento di tipo razionale e sappiamo bene che talvolta nelle decisioni di guerra entrano in gioco anche aspetti irrazionali». Tuttavia «difficilmente la Russia attaccherà l’Ucraina perché è consapevole che questo comporterebbe un massacro anche della popolazione delle zone filorusse del Donbass così come di coloro che in Ucraina vengono considerati di cultura russo-ortodossa», osserva. Ad essere interessati a un conflitto «in questa fase, come in ogni occasione, sono unicamente i produttori di armi – continua l’esperto – mentre l’interesse della Russia è quello di mantenere stabile la propria condizione di nazione più estesa al mondo e di garantire la sicurezza dei propri confini». Graziani spiega che «la Russia ritiene l’Ucraina uno “Stato estero vicino”, cioè lo considera nella propria sfera di influenza perché è uno di quelli che è rimasto nell’orbita della Federazione russa per motivi economico-sociali, mentre dalla fine del 1991 c’è stato un ampliamento della Nato in diversi Paesi che prima facevano parte del Patto di Varsavia», a dire che «l’Ucraina è fuori da quella alleanza di tipo egemonico nella quale il membro primus inter pares sono gli Stati Uniti». Tuttavia i tentativi di rivolte che «tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 hanno interessato proprio l’Ucraina con le cosiddette “rivoluzioni colorate”, dimostrando l’interesse di alcuni gruppi di avvicinarsi all’Occidente, hanno portato Stati Uniti e Nato a cercare di attrarre il Paese, destando la preoccupazione di Mosca anche per una questione strategica e di sicurezza, nell’ottica della difesa dei propri confini, appunto».

Non secondaria è ovviamente anche la questione economica e commerciale, laddove «l’Ucraina rappresenta per la Russia il corridoio per portare e vendere il gas in Europa – continua Graziani – ma va ricordato che anche gli Stati Uniti mirano a vendere le proprie risorse energetiche in Europa». A questo si lega per il presidente di Vision and Global Trends un elemento di interesse legato alla comunicazione, che sembra offrire una visione nettamente dicotomica «tra il bene e il male». Graziani fa notare cioè «la campagna mediatica attuata dall’Occidente per presentare la Russia come aggressiva e Putin come un capo di Stato dispotico», mirando così a costruire un consenso generale e un’immagine di affidabilità e di bontà dell’Occidente – e più propriamente degli Usa – da contrapporre a quella russa. Così «i mass media e internet hanno assunto sempre più un ruolo di propaganda, prendendo le parti di uno dei due fronti oggi in tensione, venendo invece meno al proprio ruolo informativo – dice ancora Graziani -. Si pensi solo all’uso di termini come “zar” o “despota” per descrivere Putin o di “democrazia verticale” per definire il suo governo, che generano necessariamente una risposta di tipo psicologico nell’immaginario collettivo, rimandando per esempio allo stalinismo e, in generale, offrendo una percezione quasi di pericolo da parte della Russia», visione valida, allora, anche in quanto «nazione potente che commercia le risorse energetiche».

15 febbraio 2022