“Tre croci”, il ritmo incalzante di Federigo Tozzi

Storia semplice, nessuna suspence, conta il modo in cui è scritta. Le pagine conclusive dell’autore, un Verga toscano, lasciano il segno

Cent’anni fa moriva Federigo Tozzi, uno dei più importanti scrittori italiani. Era andato a letto con la finestra aperta e s’era preso una polmonite. Bastarono pochi giorni per stroncarlo a soli trentasette anni. Aveva fatto appena in tempo a veder pubblicato “Tre croci”, un romanzo breve, dedicato a Luigi Pirandello, di quindici capitoli che, ancora oggi, si legge tutto d’un fiato e sembra tagliato con l’accetta: frasi secche, periodare contorto, dialoghi serrati, descrizioni appena accennate e subito chiuse.

Coi soldi ricavati dalla pubblicazione, Tozzi avrebbe voluto comprarsi una motocicletta: ma non ci sarebbe andato lontano. Con ogni probabilità avrebbe girato intorno a Siena, la città che sempre compare nei suoi testi, come una presenza ossessiva e fantasmatica. C’è voluto Giacomo Debenedetti, col Romanzo del Novecento, da poco ristampato dalla Nave di Teseo con nuove introduzioni di Mario Andreose e Massimo Onofri, a conferire a Tozzi la dimensione europea che gli spetta: chissà, se non ci fosse stato il grande critico, per quanto tempo questo nostro spirito inquieto sarebbe stato confuso con altri apparentemente simili a lui, macchiaioli e bozzettisti. E invece Tozzi è il risvolto nero di Svevo, un Verga toscano, là dove tutta la prosa d’arte esangue del Novecento italiano esce dal proprio angelico incantamento, si prende una sberla in faccia e ci dice finalmente qualcosa di vero.

È bello rileggere “Tre croci”, disponibile in varie edizioni anche economiche, forse il suo libro più oggettivo, meno direttamente autobiografico. Mentre “Con gli occhi chiusi” lasciava ancora qualche piccolo spazio all’illusione sentimentale, per quanto immediatamente fallita, qui lo sguardo narrativo non concede sconti. Non c’è più neanche il sentore dell’emozione amorosa.

La trama sembra ricalcare una leggenda di paese: la storia di tre fratelli, per l’appunto, proprietari di un negozio antiquario, ricettacolo di chincaglierie, ereditato dal padre, che non riescono a saldare i debiti e finiscono al cimitero. Giulio falsifica la firma di una cambiale. Alla fine s’impicca. Nicolò resta vittima di un colpo apoplettico. Enrico si riduce a fare il barbone all’Ospizio di Mendicità, prima di spirare anche lui, senza poter ricevere il saluto delle uniche persone a cui teneva: Lola e Chiarina, le nipotine.

Storia semplice, dicevamo, senza suspence, perché sin dall’inizio si capisce come andrà a finire. Conta il modo in cui è scritta. Davvero straordinario, inimitabile, una meraviglia di ritmo incalzante, con musica sporca priva di sdolcinature che non si dimentica. Le pagine conclusive, in particolare, quando Giulio matura la decisione di farla finita, lasciano il segno. Il creditore inconsapevole lo accompagna a fare due passi lungo le mura e lui guarda dall’alto le abitazioni quasi sapendo che sarà l’ultima volta.

Tozzi scrive come Giotto dipingeva, in un frantume di stradine simili a serpi in mezzo ai quartieri popolari, dove vive un’umanità sfatta, randagia, furastica, incapace di trovare requie. «Viene subito alla vista un gran rigonfio di case; e, dentro, la Cattedrale. In Fontebranda, le case invece si biforcano, lasciando in mezzo uno spazio vuoto. Stanno come attaccate e schiacciate sotto la Cattedrale; a strapiombo sugli orti e su la campagna. Poi si abbassano sempre di più fino a sparire, sotto una balza; e allora si vedono soltanto i loro tetti».

11 maggio 2020