“Un altro mondo”: scelte difficili

Il film di Brizé in concorso alla 78ª Mostra di Venezia, ideale chiusura di una trilogia su temi di ispirazione civile, nelle sale dal 1° aprile. Al centro, il tema del conflitto tra lavoro e famiglia

Spesso si fa notare, a ragione, che a distinguere il cinema europeo da quello americano è anche la capacità di affrontare storie legate alla realtà, ossia quelle vicende che guardano la vita di tutti i giorni e ne colgono pregi e difetti, eccessi ed esagerazioni. Film del reale sono quelli che stanno il più possibile legati ai fatti, aiutando lo spettatore a entrare in problematiche forti e talvolta dolorose. Tra i registi in grado di calarsi dentro queste difficoltà va annoverato Stephan Brizé, francese classe 1966. Brizé si è fatto conoscere negli ultimi venti anni per alcuni titoli che hanno messo al centro il rapporto tra l’individuo e la società dentro la quale si muove: sottoposta questa ultima a cambiamenti imprevedibili a fronte dei quali l’uomo (o la donna) appaiono come inerti e in crisi. Senza andare troppo lontano, Brizé gira “La legge del mercato” (2015), “In guerra” (2018) e ora “Un altro mondo” (2020), presentato in concorso alla 78ª Mostra di Venezia. Quest’ultimo si pone come ideale chiusura di una trilogia su temi di ispirazione civile ed è in sala dal primo aprile scorso. Il contesto è quello, fin troppo prevedibile, di una società francese ormai arrivata alla resa dei conti di una capacità di sopportazione tesa e spasmodica.

Incontriamo dunque Philippe Lemesle, dirigente d’azienda, in un momento topico della sua esistenza. Sposato, due figli, deve affrontare la moglie che gli chiede la separazione in quanto esasperata da tutte le sue assenze causa lavoro. Il quadro è completato dai figli, che evidenziano alcune fragilità psicologiche; e, ultima ma non meno importante, la sua azienda, una multinazionale che gli chiede di procedere a una ristrutturazione dei posti di lavoro. Per Philippe il conflitto tra lavoro e famiglia (tra pubblico e privato, si sarebbe detto una volta) esplode in tutta la sua virulenza. Provare a proporre soluzioni alternative è fatica sprecata: le leggi della globalizzazione sono spietate e non guardano in faccia a nessuno. Così l’uomo passa dalla sicurezza di rapporti consolidati alla brutta sensazione di essere in procinto di mettere sul lastrico persone e famiglie: come lui, come sta accadendo alla sua, che si scopre fragile e indifesa. Benessere e tranquillità si mutano in angoscia e affanno.

Il quadro dolente composto da Brizé è reso vero e credibile dalla presenza di Vincent Lindon, attore solido in grado di restituire incertezze, interrogativi al pari di Sandrine Kimberlaine, la moglie che sconta colpe non sue. Quale può essere l’altro mondo indicato dal titolo? Forse quello suggerito dal personaggio di Philippe, che in uno scatto morale ritrova il se stesso perduto dietro ai tanti, troppi compromessi. Film di marcato realismo, dove brilla in ultimo anche la speranza. Vincitore del Premio Signis alla Mostra di Venezia.

5 aprile 2022