“Un castello nel cuore”, Pamela Villoresi racconta Teresa d’Avila

Sabato 28 marzo la prima a Santa Maria delle Vittorie accanto alla statua della Santa scolpita dal Bernini. Alla Cancelleria fino al 12 aprile

Sabato 28 marzo la prima a Santa Maria delle Vittorie accanto alla statua della Santa scolpita dal Bernini. Alla Cancelleria fino al 12 aprile

Arriva in teatro a Roma una delle figure femminili più lungimiranti della storia della Chiesa, Teresa d’Avila. Per il quinto centenario della sua nascita, avvenuta nel 1515, va in scena lo spettacolo “Un castello nel cuore” per la regia di Maurizio Panici – su commissione dei Padri Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta – che ripercorre la vita spirituale di colei che seppe raccontare in anticipo molte delle debolezze umane. E del predicatore che attinge a parole che sarebbero solo di “buon senso”, perché al netto di una portata spirituale, denuncia che lì è la ragione per cui “non converte i cuori”. A vestire i panni di Teresa de Ahumada sarà l’attrice Pamela Villoresi, legata artisticamente ai grandi del cinema e del teatro, come ad esempio Giorgio Strehler con il quale ha avuto un sodalizio durato 20 anni.

Spettacolo segnato da una intensa cifra spirituale, Villoresi spiega perché valga la pena di essere visto anche da un miscredente: «È comunque la storia di un’europea e, quindi, è parte della nostra stessa storia». In altri termini, «non c’è stato nessun compromesso per venire incontro a quella parte laica dell’auditorio teatrale. Abbiamo voluto non avere paura e al pubblico chiediamo di fidarsi». La prima – patrocinata dal Vicariato di Roma – ci sarà sabato 28 marzo, alle ore 21, nella chiesa di Santa Maria delle Vittorie (via XX Settembre, 17), dove è custodita la superba scultura del Bernini che riproduce l’estasi della santa trafitta da un dardo nel cuore. Dal 31 marzo al 12 aprile l’ambientazione sarà invece quella del Palazzo della Cancelleria.

Qual è l’idea che lei si è fatta di Teresa?
Premetto che è un’idea che ha avuto una gestazione lunga 20 anni perché tutto è nato dalle impressioni che ricavai da un viaggio in Spagna. Mi colpì in particolare la statua di Teresa, nella piazza di Avila e che rimandava ad una donna forte ed energica, così lontana dall’iconografia cattolica della dolcezza a cui siamo abituati. Cominciai così a studiarla e iniziai a cercare chi mi scrivesse il testo: da Mario Luzi ad Alda Merini, solo per dirne un paio, ma nulla.

Quando è arrivata la svolta?
Ormai scoraggiata dai dinieghi, un giorno i due padri carmelitani scalzi, Antonio Maria Sicari e Fabio Silvestri, non mi chiamarono ad interpretare Teresa. A quel punto tutto tornava: era un segnale. Per due anni Michele Di Martino, drammaturgo siciliano, ha lavorato alla scrittura delle 7 stanze di cui, simbolicamente, è fatto il “Castello” e in cui ci sono i rischi che ci bloccherebbero ma anche le chiavi per proseguire nel nostro cammino interiore: stati di blocco e di sblocco, corrispondenti al percorso teologico di questa donna meravigliosa. E poiché Teresa era tanto appassionata di musica che le sue suore ancora suonano e cantano nei conventi, si è pensato anche alla composizione di una griglia musicale con due capolavori che saranno cantati dal vivo. Insomma, un’anomala messinscena in cui ogni soluzione non è mai venuta attingendo dal mestiere ma ci si è lasciati ispirare: una bella lezione d’umiltà, che poi è la parola chiave per capire Teresa.

Lei crede che Teresa, una santa “operativa” che come Gesù intrecciava in sé contemplazione ed azione, abbia ancora un messaggio per gli uomini di oggi?
Teresa sceglie di stare in mezzo alla vita, in progressiva penetrazione nel mondo. Crea 17 fondazioni femminili e 15 maschili in un momento in cui nei conventi ci sono solo le ricche e se le povere vengono accettate è solo per poter servire le ricche. Modello di non belligeranza, quando la chiesa l’ha avversata lei avrebbe potuto intraprendere una battaglia e invece no, si è servita dell’arma della preghiera per modificare gli altri e soprattutto, o prima di tutto, se stessa, vincendo le proprie debolezze. Propone così il valore dell’esempio nella vita quotidiana ed è ancora un punto di riferimento per chi non si scoraggia mai.

Carattere impetuoso, rigore intellettuale non di rado tagliente e quell’allegria che le faceva dire “O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste”
Teresa, che ha vissuto le imposizioni, sostiene che “le ricreazioni tra noi sono le cose più soavi”. Cantava, suonava ma spingeva anche il piede sulla meditazione, che non è mera ripetizione di preghiere. E poi c’era quella sua forza inarrestabile: lei, donna, 500 anni fa ha avuto la forza di riformare il Carmelo riportandolo alla povertà, alla contemplazione e per questo ha subito due processi della santa Inquisizione: il rischio – voglio ricordarlo – non era il carcere ma il rogo. Comprensibile, allora, che il grande Luzi, in difficoltà a raccontare le gesta della santa, dicesse: “Davanti a Teresa mi casca la penna di mano!”.

 

27 marzo 2015