“Un valzer tra gli scaffali”, una storia d’amore nell’ex Germania Est

Uno sguardo profondo e malinconico, senza sconti né facile pietismo, sulla vita nella provincia tedesca. Con un malessere esistenziale difficile da eliminare

Eretto nel 1961, il Muro di Berlino ha tenuto divise Germania Ovest e Germania Est per quasi trent’anni, fino al crollo avvenuto il 9 novembre 1989. Quella data non ha segnato solo la fine di una spaccatura odiosa e inopportuna nel cuore dell’Europa ma ha riportato alla mente un avvenimento di cui col passare del tempo si è parlato sempre meno. Si può commentare dicendo che “la Storia avanza inesorabile”, il che è magari vero ma non dice tutto sullo stato autentico delle persone, sul loro vivere giorno dopo giorno. Il film “Un valzer tra gli scaffali”, di Thomas Stuber, uscito nelle sale il 14 febbraio, si incarica di rimettere al centro lo stato di salute di quelli che vivono nella ex Germania Est, con uno sguardo profondo e malinconico, senza sconti né facile pietismo.

Si tratta di una vicenda ambientata a Dresda e calata in atmosfere molto retrodatate. I confini sono quelli del grande supermercato alla periferia cittadina, dove si muove la vita nel bene e nel male. In questo ambiente unico, stretto e limitato, arriva il giovane Christian che, dopo qualche esitazione, conosce la collega Marion della quale ben presto si innamora. Christian è un ragazzo timido, solitario, di poche parole, che si lascia andare ad un vero e proprio colpo di fulmine in grado di rivoluzionare i suoi sentimenti.

Del cinema prodotto nell’ex Germania Est sono arrivati in questo secolo almeno tre esempi significativi: “Goodbye Lenin” (2003) di Wolfgang Becker; “Le vite degli altri” (2007) di Florian Henckel von Donnesmarek, premio Oscar come miglior film straniero; “La scelta Barbara” di Christian Petzold (2012). Tre film che hanno messo sotto la lente di ingrandimento luoghi, fatti e persone dove si sono maggiormente consumati situazioni di privazioni e di disagio. Ora eccoci di fronte a Christian e a Marion, tra i quali nasce nel modo più impalpabile e nascosto un sentimento. Il racconto è giocato tutto in sottrazione, sul non detto, sul pudore di non dire quello che si vorrebbe. Christian, mentre lavora con diligenza e impegno, fa amicizia con alcuni colleghi, prova ad abbattere il forte riserbo che ancora gli impedisce di socializzare. Tra cinico realismo e sommessa poesia, la quotidianità apparentemente banale si muove in un microcosmo fatto di dolori e solitudini. Indimenticabile il momento in cui Bruno, divenuto collega e amico, lo invita a casa e poi compie un gesto irreparabile che getta su quel mondo un’amara, universale tristezza.

Affidato a strazianti passaggi emotivi, malinconico e umbratile, il film costeggia la nostalgia di un lontano passato ben sapendo che non tornerà più eppure rimpiangendone una certa grandezza. Al netto di tutte le possibili riserve, si tratta di un film bello e necessario, la testimonianza forte e profonda verso un tempo che forse non doveva essere rimpianto e pure ha lasciato ricordi vivi e acuti. Film come documento, come confessione, come adesione a un malessere esistenziale difficile da eliminare. Da ricordare che al Festival di Berlino 2018 il film ha vinto il Premio della Giuria ecumenica con la motivazione che recita: «Il film mostra in modo artisticamente convincente cosa si intende per Beati i puri di cuore».

18 febbraio 2019